Tutto sua madre...
mercoledì, aprile 25, 2007
lunedì, aprile 23, 2007
Il Pandoro di Guido - Prefazione e Postfazione dell'autore
Prefazione
Tutto nacque intorno al 1997, quando io stesso e soprattutto Maurizio, l’ex fidanzato della nostra cara e storica amica Vittoria from Bologna, fummo investiti del privilegio senza le responsabilità (condizione invidiabile) di gestire il mitico Hiroshima Pub nella sua veste estiva (che fu poi tristemente l’ultima).
Mauri infatti era e penso sia tuttora uno dei più accreditati disk jockey d’Italia, con serate spese nei maggiori locali della riviera romagnola e toscana.
Di quel ragazzo tra l’altro conservo un ricordo splendido. Il suo adipe pronunciato non gli impediva di regalare simpatia e voglia di vivere a chi lo circondava, ed ancor oggi con il nuovo fidanzato della Vitto, un palestrato senza cervello, ricordiamo con viva nostalgia i bei tempi andati.
Ma questa è un’altra storia.
Nella nostra brigata annoveravamo una barista molto qualificata di nome Sabrina. Molto alta ed altrettanto appariscente, oltre ad un’ampia e consolidata esperienza dietro il bancone poteva fregiarsi dell’ambito ruolo di compagna di Guido, uno dei miei mille fratelli anch’egli afflitto dal morbo del bicipite pazzo.
Nei rarissimi momenti di stanca della serata ci riunivamo tutti intorno al bar per scambiare due battute ed aggiornarci sulle rispettive vite, e proprio durante una di queste pause successe l’evento.
Sabry ci raccontò un episodio di vita vera, capitatole la sera precedente, cui noi stentammo ed ancor oggi stentiamo a credere. La storia ci parve talmente inverosimile che ognuno di noi, come i vecchi lupi di mare, si sentì autorizzato da allora a tramandarla per via orale facendo qualche piccola personalizzazione, senza con questo stravolgerne la sostanza.
Tanti sono gli anni ormai trascorsi e tante le leggende create che nemmeno io ricordo quale fosse l’originale.
Qui di seguito riporterò quindi fedelmente i racconti ascoltati direttamente dalle mie orecchie, con l’unico scopo di restituire dignità ad una sì preziosa reliquia. Sono sette, uno per ogni giorno della settimana, ma non hanno la pretesa che tra loro si celi la verità. Chiunque, leggendo questo libro, riconoscesse tra le varie versioni descritte quella originale è pregato di contattarmi, per restituire finalmente all’umanità un patrimonio per troppo tempo sepolto.
Buona lettura e grazie per la collaborazione.
Dedicato a Guido, senza la cui esistenza tutto ciò non sarebbe stato possibile (e credibile).
Ringraziamenti
Tutta la mia gratitudine ai ragazzi della cumpa che mi hanno caricato al fine di intraprendere questa ardua scalata.
Tante grazie agli sponsor che hanno generosamente partecipato alla concreta realizzazione del nostro sogno.
Un sentito pensiero anche ai mille lettori e correttori di bozze che si sono adoperati affinché questa non fosse solo l’uscita di un libro, ma un evento epocale nella storia della letteratura italiana.
Prefazione
Tutto nacque intorno al 1997, quando io stesso e soprattutto Maurizio, l’ex fidanzato della nostra cara e storica amica Vittoria from Bologna, fummo investiti del privilegio senza le responsabilità (condizione invidiabile) di gestire il mitico Hiroshima Pub nella sua veste estiva (che fu poi tristemente l’ultima).
Mauri infatti era e penso sia tuttora uno dei più accreditati disk jockey d’Italia, con serate spese nei maggiori locali della riviera romagnola e toscana.
Di quel ragazzo tra l’altro conservo un ricordo splendido. Il suo adipe pronunciato non gli impediva di regalare simpatia e voglia di vivere a chi lo circondava, ed ancor oggi con il nuovo fidanzato della Vitto, un palestrato senza cervello, ricordiamo con viva nostalgia i bei tempi andati.
Ma questa è un’altra storia.
Nella nostra brigata annoveravamo una barista molto qualificata di nome Sabrina. Molto alta ed altrettanto appariscente, oltre ad un’ampia e consolidata esperienza dietro il bancone poteva fregiarsi dell’ambito ruolo di compagna di Guido, uno dei miei mille fratelli anch’egli afflitto dal morbo del bicipite pazzo.
Nei rarissimi momenti di stanca della serata ci riunivamo tutti intorno al bar per scambiare due battute ed aggiornarci sulle rispettive vite, e proprio durante una di queste pause successe l’evento.
Sabry ci raccontò un episodio di vita vera, capitatole la sera precedente, cui noi stentammo ed ancor oggi stentiamo a credere. La storia ci parve talmente inverosimile che ognuno di noi, come i vecchi lupi di mare, si sentì autorizzato da allora a tramandarla per via orale facendo qualche piccola personalizzazione, senza con questo stravolgerne la sostanza.
Tanti sono gli anni ormai trascorsi e tante le leggende create che nemmeno io ricordo quale fosse l’originale.
Qui di seguito riporterò quindi fedelmente i racconti ascoltati direttamente dalle mie orecchie, con l’unico scopo di restituire dignità ad una sì preziosa reliquia. Sono sette, uno per ogni giorno della settimana, ma non hanno la pretesa che tra loro si celi la verità. Chiunque, leggendo questo libro, riconoscesse tra le varie versioni descritte quella originale è pregato di contattarmi, per restituire finalmente all’umanità un patrimonio per troppo tempo sepolto.
Buona lettura e grazie per la collaborazione.
Dedicato a Guido, senza la cui esistenza tutto ciò non sarebbe stato possibile (e credibile).
Ringraziamenti
Tutta la mia gratitudine ai ragazzi della cumpa che mi hanno caricato al fine di intraprendere questa ardua scalata.
Tante grazie agli sponsor che hanno generosamente partecipato alla concreta realizzazione del nostro sogno.
Un sentito pensiero anche ai mille lettori e correttori di bozze che si sono adoperati affinché questa non fosse solo l’uscita di un libro, ma un evento epocale nella storia della letteratura italiana.
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Il Pandoro di Guido - Capitolo 7
Il Pandoro di Guido
Capitolo 7
Quell’anno era molto nevicato e già i primi di dicembre le strade delle nostre colline erano pressoché impraticabili.
Era per me un momento estremamente importante dal punto di vista professionale, in quanto dopo anni di difficoltà e porte chiuse in faccia ero riuscito a pubblicare i miei lavori, una serie di brevi saggi sugli argomenti più disparati.
Qualcuno potrebbe obiettare che il fatto che mia madre di nome faccia Maria Angela Bignami possa in qualche modo avermi favorito, ma la titolare della più famosa collana di pubblicazioni riassuntive per la scuola e non evidentemente aveva trovato interessante il mio lavoro. Lo dimostra il fatto che da anni le sottoponessi i miei manoscritti, ma sistematicamente li rispediva al mittente con un solo, arido bigliettino:”Puoi fare molto meglio!”.
Questa era la volta buona, ed ero talmente contento che non avevo esitato a spendere i miei unici ventiduemila euro per affittare un casolare ristrutturato nel bergamasco per una presentazione in pompa magna.
L’unico assente, per giunta giustificato, era stato il signor Mondatori, in quanto impegnato negli Stati Uniti con cose ben più importanti: il Superball.
Ovviamente volevo che tutta la famiglia fosse presente ad una serata così speciale, così avevo inviato un invito accompagnato con biglietto aereo a tutti.
Mia mamma, l’unica che continuavo a vedere e sentire regolarmente, era venuta in auto (la solita popolana!).
Mio babbo invece era arrivato dall’Australia, accompagnato da una cangurina di venticinque anni conosciuta durante il lancio della sua ultima linea di abbigliamento per amanti di mentine, Polo, il cui successo era ormai planetario. Sicuramente lei lo amava, ma anche il suo gruzzoletto contribuiva all’attaccamento.
Il Boss, come al solito in ritardo, era arrivato due minuti prima che iniziasse il banchetto.
“Scusa tanto, ma non ho trovato nessuno a sostituirmi”, si era giustificato, sapendo benissimo che nessuno gli avrebbe creduto. Era uno dei pochi ad essere riuscito a coniugare il fancazzismo alla genialità, brevettando un tagliaunghie per piedi a braccio telescopico per evitare dolorosi piegamenti che solo quell’anno gli aveva fruttato otto miliardi, e viveva sotto una palma ai Carabi contando i suoi continui incassi.
“Ok, ci siamo tutti!”.
Ma non era vero. Non avevamo il coraggio di affrontare la realtà, di ricordare il doloroso passato.
Guido, il primogenito, l’orgoglio di mamma e papà, studente modello e convinto paracadutista presso il ventitreesimo battaglione Nembo della Folgore, a venticinque anni aveva avuto la folgorazione ed in piena crisi esistenziale aveva deciso di cambiare sesso.
La reazione della famiglia era stata forte e drammatica, e per non creare ulteriori imbarazzi era scappato dall’Italia e da allora non avevamo saputo più nulla.
Proprio durante la mia conferenza stampa, tra un autografo ed una domanda dei tanti giornalisti intervenuti, arrivava dal fondo della sala una ragazza appariscente, sconosciuta ma familiare, della quale dopo pochi secondi avevo riconosciuto lo sguardo.
Guido.
Mi ero subito girato verso mia mamma, che mi aveva poi spiegato di essere sempre rimasta in contatto con lui, che si era trasferito in Germania ed affrontato da solo il calvario della metamorfosi definitiva.
La fortuna poi gli aveva arriso e con il tempo aveva ritrovato serenità, un buon lavoro impiegatizio ed un fidanzato, con il quale conviveva da diverso tempo senza segreti.
Quando l’ultimo invitato se ne era andato eravamo rimasti lì ad affrontare nuovamente la vecchia situazione, ma forse per il tempo, forse per i tanti rimorsi che ci portavamo dietro, sembrava che avessimo sempre avuto una sorella e che nessun problema avesse mai minato la famiglia.
Guido-Teresa era venuta accompagnata da Gunter, un omone enorme e con un viso simpatico, che si sforzava con accettabili risultati di parlare italiano.
Avevamo deciso di cenare tutti insieme al casolare, dato che era rimasta tanta roba dal rinfresco, ed al momento del brindisi la mamma se ne era uscita con la sorpresa: un pandoro.
“Vi ricordate quanti se ne mangiavano tutti insieme per Natale?!”.
Visibilmente commossi ne avevamo presa una fetta a testa, divorata con voracità e ripensando ai bei tempi andati (forse tornati?), con la mamma che ci tranquillizzava al grido di “Ce n’è quanto ne volete, ho svaligiato la pasticceria!”.
Si sa che le donne sono più golose, ed evidentemente l’operazione di Guido-Teresa era riuscita bene, perché non smetteva più di mangiare.
L’unico che non poteva assaggiare era mio babbo, a causa del diabete, ma aveva di che consolarsi tra le abbondanti poppe della sua prosperosa compagna.
Al mattino seguente avevamo temuto il peggio. Guido-Teresa era entrata nella stanza dei miei genitori gridando a squarciagola “Sono incinta, sono incinta!”, e loro terrorizzati cercavano di capire a quale miracolo si riferisse di preciso.
Aveva allora spiegato loro che dalla notte provava insolite e fortissime nausee, ed era certa di poterle attribuire al bombardamento ormonale subito negli anni.
Mia mamma, pensierosa, dopo cinque minuti di silenzio totale, se ne era uscita con un’illuminata teoria:”Sei sicura? Non sarà un altro problema?”.
“Mah, non vedo cosa ci sia stato di diverso, anche se ieri sera ho mangiato tanto. A meno che non sia stato il pandoro che, per quanto buono, dopo un po’ stomaca!”.
“Va be’, ma ti ho vista io mangiarne non più di due fette. Ad un donnone come te cosa vuoi che facciano?!”.
“Ma sai, questa notte mi è venuta fame, mi sono alzata e non ho trovato altro, allora ho aperto un pandoro ancora confezionato”.
“E quanto ne hai mangiato?”.
“Tutto!”.
Capitolo 7
Quell’anno era molto nevicato e già i primi di dicembre le strade delle nostre colline erano pressoché impraticabili.
Era per me un momento estremamente importante dal punto di vista professionale, in quanto dopo anni di difficoltà e porte chiuse in faccia ero riuscito a pubblicare i miei lavori, una serie di brevi saggi sugli argomenti più disparati.
Qualcuno potrebbe obiettare che il fatto che mia madre di nome faccia Maria Angela Bignami possa in qualche modo avermi favorito, ma la titolare della più famosa collana di pubblicazioni riassuntive per la scuola e non evidentemente aveva trovato interessante il mio lavoro. Lo dimostra il fatto che da anni le sottoponessi i miei manoscritti, ma sistematicamente li rispediva al mittente con un solo, arido bigliettino:”Puoi fare molto meglio!”.
Questa era la volta buona, ed ero talmente contento che non avevo esitato a spendere i miei unici ventiduemila euro per affittare un casolare ristrutturato nel bergamasco per una presentazione in pompa magna.
L’unico assente, per giunta giustificato, era stato il signor Mondatori, in quanto impegnato negli Stati Uniti con cose ben più importanti: il Superball.
Ovviamente volevo che tutta la famiglia fosse presente ad una serata così speciale, così avevo inviato un invito accompagnato con biglietto aereo a tutti.
Mia mamma, l’unica che continuavo a vedere e sentire regolarmente, era venuta in auto (la solita popolana!).
Mio babbo invece era arrivato dall’Australia, accompagnato da una cangurina di venticinque anni conosciuta durante il lancio della sua ultima linea di abbigliamento per amanti di mentine, Polo, il cui successo era ormai planetario. Sicuramente lei lo amava, ma anche il suo gruzzoletto contribuiva all’attaccamento.
Il Boss, come al solito in ritardo, era arrivato due minuti prima che iniziasse il banchetto.
“Scusa tanto, ma non ho trovato nessuno a sostituirmi”, si era giustificato, sapendo benissimo che nessuno gli avrebbe creduto. Era uno dei pochi ad essere riuscito a coniugare il fancazzismo alla genialità, brevettando un tagliaunghie per piedi a braccio telescopico per evitare dolorosi piegamenti che solo quell’anno gli aveva fruttato otto miliardi, e viveva sotto una palma ai Carabi contando i suoi continui incassi.
“Ok, ci siamo tutti!”.
Ma non era vero. Non avevamo il coraggio di affrontare la realtà, di ricordare il doloroso passato.
Guido, il primogenito, l’orgoglio di mamma e papà, studente modello e convinto paracadutista presso il ventitreesimo battaglione Nembo della Folgore, a venticinque anni aveva avuto la folgorazione ed in piena crisi esistenziale aveva deciso di cambiare sesso.
La reazione della famiglia era stata forte e drammatica, e per non creare ulteriori imbarazzi era scappato dall’Italia e da allora non avevamo saputo più nulla.
Proprio durante la mia conferenza stampa, tra un autografo ed una domanda dei tanti giornalisti intervenuti, arrivava dal fondo della sala una ragazza appariscente, sconosciuta ma familiare, della quale dopo pochi secondi avevo riconosciuto lo sguardo.
Guido.
Mi ero subito girato verso mia mamma, che mi aveva poi spiegato di essere sempre rimasta in contatto con lui, che si era trasferito in Germania ed affrontato da solo il calvario della metamorfosi definitiva.
La fortuna poi gli aveva arriso e con il tempo aveva ritrovato serenità, un buon lavoro impiegatizio ed un fidanzato, con il quale conviveva da diverso tempo senza segreti.
Quando l’ultimo invitato se ne era andato eravamo rimasti lì ad affrontare nuovamente la vecchia situazione, ma forse per il tempo, forse per i tanti rimorsi che ci portavamo dietro, sembrava che avessimo sempre avuto una sorella e che nessun problema avesse mai minato la famiglia.
Guido-Teresa era venuta accompagnata da Gunter, un omone enorme e con un viso simpatico, che si sforzava con accettabili risultati di parlare italiano.
Avevamo deciso di cenare tutti insieme al casolare, dato che era rimasta tanta roba dal rinfresco, ed al momento del brindisi la mamma se ne era uscita con la sorpresa: un pandoro.
“Vi ricordate quanti se ne mangiavano tutti insieme per Natale?!”.
Visibilmente commossi ne avevamo presa una fetta a testa, divorata con voracità e ripensando ai bei tempi andati (forse tornati?), con la mamma che ci tranquillizzava al grido di “Ce n’è quanto ne volete, ho svaligiato la pasticceria!”.
Si sa che le donne sono più golose, ed evidentemente l’operazione di Guido-Teresa era riuscita bene, perché non smetteva più di mangiare.
L’unico che non poteva assaggiare era mio babbo, a causa del diabete, ma aveva di che consolarsi tra le abbondanti poppe della sua prosperosa compagna.
Al mattino seguente avevamo temuto il peggio. Guido-Teresa era entrata nella stanza dei miei genitori gridando a squarciagola “Sono incinta, sono incinta!”, e loro terrorizzati cercavano di capire a quale miracolo si riferisse di preciso.
Aveva allora spiegato loro che dalla notte provava insolite e fortissime nausee, ed era certa di poterle attribuire al bombardamento ormonale subito negli anni.
Mia mamma, pensierosa, dopo cinque minuti di silenzio totale, se ne era uscita con un’illuminata teoria:”Sei sicura? Non sarà un altro problema?”.
“Mah, non vedo cosa ci sia stato di diverso, anche se ieri sera ho mangiato tanto. A meno che non sia stato il pandoro che, per quanto buono, dopo un po’ stomaca!”.
“Va be’, ma ti ho vista io mangiarne non più di due fette. Ad un donnone come te cosa vuoi che facciano?!”.
“Ma sai, questa notte mi è venuta fame, mi sono alzata e non ho trovato altro, allora ho aperto un pandoro ancora confezionato”.
“E quanto ne hai mangiato?”.
“Tutto!”.
Il Pandoro di Guido - Capitolo 6
Il Pandoro di Guido
Capitolo 6
Eravamo appena arrivati a Lucca, città da noi molto amata e nella quale tornavamo almeno una volta all’anno dal 1979. La nostra famiglia, di tradizione circense, aveva imparato a vivere in un super-caravan, una sorta di villa ambulante con ogni confort.
Mia mamma, nata con la passione ed il fisico da contorsionista ma ormai degna solo di interpretare una credibile donna cannone, teneva le redini del baraccone.
Erano ormai passati dieci anni dalla separazione professionale da “Il circo di Moira Orfei”, causata non già da divergenze organizzative ma da una tragedia. Le cose andavano da Dio ed eravamo ai tempi (e penso ancor oggi) l’unico circo itinerante in grado di mostrare lo spettacolo del domatore di belve feroci. Noi usavamo le tigri asiatiche albine, la cui pigmentazione rendeva già di per se lo spettacolo unico, senza tralasciare le incredibili capacità ed il sangue freddo di mio padre. Massimo il magnifico infatti era un nome notissimo nell’ambiente, e solo l’anno prima aveva avuto l’onore di esibirsi all’interno della Piazza del Cremino.
Il numero era ormai consolidato e la sua esperienza tale da fare spesso sottovalutare la pericolosità insita sempre e comunque. Le belve erano selezionate da lui stesso in mezzo ad un numero elevatissimo di animali, ed il fatto di ammaestrarle fin da cuccioli forniva un ulteriore elemento di serenità.
Ma sempre belve rimangono.
Quella sera avevamo il tendone pieno come in poche altre occasioni, il pubblico lucchese ci aspettava da mesi e non aveva tradito le aspettative. Prima i pagliacci, poi eravamo entrati Guido ed io per il numero dei trapezisti, infine il Boss per il terrorizzante show dell’uomo-scimmione.
Mancava quindi solo il numero di chiusura, il pezzo forte che tutti i circhi del mondo c’invidiavano. Mio padre era troppo carico e quella sera senza alcun preavviso si era deciso a tentare un numero nuovo ed ancor più incredibile: infilare la sua testa tra le fauci delle belve. Non solo lui non era preparato, ma soprattutto le tigri non erano state addestrate a farlo, ma il suo sangue freddo e la passione smisurata per il suo lavoro lo avevano trascinato.
Purtroppo era accaduto il peggio.
Da quel giorno ci eravamo persi di vista, incapaci di continuare in un mestiere che ci aveva tolto tanto.
Mia mamma si era data all’alcool (credo che per questa ragione fosse ingrassata tanto) cercando così di dimenticare. Invano.
Guido aveva seguito un amico in un progetto d’infanzia ed aveva aperto un ristorante in cui servivano solo clientela mancina: apparecchiatura invertita, posate su misura, brocche personalizzate. L’attività fruttava molto, anche perché i destri amanti del rischio sfidavano la sorte, e se smascherati venivano sonoramente randellati dallo chef in persona.
Il Boss invece era rimasto diciamo così nel ramo. Con lo pseudonimo di Bango l’orango era diventato campione italiano di wrestling, e da anni aveva tentato con successo la via del professionismo emigrando negli Stati Uniti, dove la lotta libera è religione.
Terribilmente scosso dal lutto familiare io mi ero invece iscritto alla facoltà di psicologia a Bologna, laureandomi brillantemente ed in breve tempo ed esercitando quasi subito. Nel mio studio, aperto a tutti e con prezzi popolari, privilegiavo l’educazione infantile. Famose le mie ricerche e pubblicazioni, culminate con il saggio titolato “A caval donato non si guarda in bocca,… figurati alla tigre!”, che avevano fatto il giro del mondo.
Un mese prima di quel fatidico giorno tutti noi,ognuno all’oscuro degli altri, avevamo ricevuto un bigliettino da Moira che ci convocava per il giorno e l’ora x a Lucca per un fantomatico rimborso di una misteriosa assicurazione sulla vita stipulata in gran segreto da mio babbo e stranamente liquidata dopo esattamente dieci anni dalla sua scomparsa.
…
“Sono contenta di ritrovarvi tutti insieme, spero di non avere fatto un torto a nessuno”.
Eravamo emozionantissimi e felici di ritrovarci,anche perché è solo per pudore che non avevamo trovato il coraggio per fare ciò che aveva fatto lei.
“Massimo è ancora nei nostri cuori, ed ancor più nella memoria del nostro affezionato pubblico. Regaliamo loro una serata speciale in ricordo del grande domatore!”.
Detto, fatto.
Certo non eravamo più in forma ed atletici come un tempo, ma la folla ci era comunque vicina e l’impegna che avevamo profuso era comunque altissimo.
Si poneva però il problema del numero di chiusura, ed avevamo escogitato un espediente efficace e divertente.
“Signore e signori, tra breve il momento che tutti quanti aspettavate: le belve del circo. Vi prego di considerare che le nostre amate tigri sono ormai vecchierelle, il tempo passa anche per loro, e non possiamo più infilarci dentro con la testa; sono ormai sdentate e rischierebbero di soffocare in caso di morso. Per mantenere la spettacolarità l’abbiamo sostituita con un pandoro, un morbidissimo pandoro che di questi tempi campeggia sulle vostre tavole”.
Le tigri però sono diabetiche e necessitava scoprire prima se ne esisteva uno adatto alle nostre esigenze. La mamma allora la mattina precedente lo spettacolo ne aveva comprati nove, uno per marca, ed aveva pregato Guido di assaggiarli in qualità di esperto e consigliarle quale utilizzare.
Alla mattina ci eravamo ritrovati tutti per colazione e con buon appetito, tranne Guido che ogni quattro secondi emetteva squassanti rutti.
“Accidenti, cerchi di imitare il ruggito delle belve? Complimenti, ti riesce bene!”.
“Ma no, mamma, è che ho fatto quel test che mi avevi chiesto tu”.
“Allora, che ne pensi?”.
“Motta ottimo, Paluani così così, ma il solito Conad è sempre il migliore. Peccato però che dopo un po’ stomachi”.
“Scusa, eh, ma quanto ne hai mangiato?”.
“Ma sai, era proprio buono, una fetta tira l’altra, ed alla fine l’ho mangiato tutto!”.
Capitolo 6
Eravamo appena arrivati a Lucca, città da noi molto amata e nella quale tornavamo almeno una volta all’anno dal 1979. La nostra famiglia, di tradizione circense, aveva imparato a vivere in un super-caravan, una sorta di villa ambulante con ogni confort.
Mia mamma, nata con la passione ed il fisico da contorsionista ma ormai degna solo di interpretare una credibile donna cannone, teneva le redini del baraccone.
Erano ormai passati dieci anni dalla separazione professionale da “Il circo di Moira Orfei”, causata non già da divergenze organizzative ma da una tragedia. Le cose andavano da Dio ed eravamo ai tempi (e penso ancor oggi) l’unico circo itinerante in grado di mostrare lo spettacolo del domatore di belve feroci. Noi usavamo le tigri asiatiche albine, la cui pigmentazione rendeva già di per se lo spettacolo unico, senza tralasciare le incredibili capacità ed il sangue freddo di mio padre. Massimo il magnifico infatti era un nome notissimo nell’ambiente, e solo l’anno prima aveva avuto l’onore di esibirsi all’interno della Piazza del Cremino.
Il numero era ormai consolidato e la sua esperienza tale da fare spesso sottovalutare la pericolosità insita sempre e comunque. Le belve erano selezionate da lui stesso in mezzo ad un numero elevatissimo di animali, ed il fatto di ammaestrarle fin da cuccioli forniva un ulteriore elemento di serenità.
Ma sempre belve rimangono.
Quella sera avevamo il tendone pieno come in poche altre occasioni, il pubblico lucchese ci aspettava da mesi e non aveva tradito le aspettative. Prima i pagliacci, poi eravamo entrati Guido ed io per il numero dei trapezisti, infine il Boss per il terrorizzante show dell’uomo-scimmione.
Mancava quindi solo il numero di chiusura, il pezzo forte che tutti i circhi del mondo c’invidiavano. Mio padre era troppo carico e quella sera senza alcun preavviso si era deciso a tentare un numero nuovo ed ancor più incredibile: infilare la sua testa tra le fauci delle belve. Non solo lui non era preparato, ma soprattutto le tigri non erano state addestrate a farlo, ma il suo sangue freddo e la passione smisurata per il suo lavoro lo avevano trascinato.
Purtroppo era accaduto il peggio.
Da quel giorno ci eravamo persi di vista, incapaci di continuare in un mestiere che ci aveva tolto tanto.
Mia mamma si era data all’alcool (credo che per questa ragione fosse ingrassata tanto) cercando così di dimenticare. Invano.
Guido aveva seguito un amico in un progetto d’infanzia ed aveva aperto un ristorante in cui servivano solo clientela mancina: apparecchiatura invertita, posate su misura, brocche personalizzate. L’attività fruttava molto, anche perché i destri amanti del rischio sfidavano la sorte, e se smascherati venivano sonoramente randellati dallo chef in persona.
Il Boss invece era rimasto diciamo così nel ramo. Con lo pseudonimo di Bango l’orango era diventato campione italiano di wrestling, e da anni aveva tentato con successo la via del professionismo emigrando negli Stati Uniti, dove la lotta libera è religione.
Terribilmente scosso dal lutto familiare io mi ero invece iscritto alla facoltà di psicologia a Bologna, laureandomi brillantemente ed in breve tempo ed esercitando quasi subito. Nel mio studio, aperto a tutti e con prezzi popolari, privilegiavo l’educazione infantile. Famose le mie ricerche e pubblicazioni, culminate con il saggio titolato “A caval donato non si guarda in bocca,… figurati alla tigre!”, che avevano fatto il giro del mondo.
Un mese prima di quel fatidico giorno tutti noi,ognuno all’oscuro degli altri, avevamo ricevuto un bigliettino da Moira che ci convocava per il giorno e l’ora x a Lucca per un fantomatico rimborso di una misteriosa assicurazione sulla vita stipulata in gran segreto da mio babbo e stranamente liquidata dopo esattamente dieci anni dalla sua scomparsa.
…
“Sono contenta di ritrovarvi tutti insieme, spero di non avere fatto un torto a nessuno”.
Eravamo emozionantissimi e felici di ritrovarci,anche perché è solo per pudore che non avevamo trovato il coraggio per fare ciò che aveva fatto lei.
“Massimo è ancora nei nostri cuori, ed ancor più nella memoria del nostro affezionato pubblico. Regaliamo loro una serata speciale in ricordo del grande domatore!”.
Detto, fatto.
Certo non eravamo più in forma ed atletici come un tempo, ma la folla ci era comunque vicina e l’impegna che avevamo profuso era comunque altissimo.
Si poneva però il problema del numero di chiusura, ed avevamo escogitato un espediente efficace e divertente.
“Signore e signori, tra breve il momento che tutti quanti aspettavate: le belve del circo. Vi prego di considerare che le nostre amate tigri sono ormai vecchierelle, il tempo passa anche per loro, e non possiamo più infilarci dentro con la testa; sono ormai sdentate e rischierebbero di soffocare in caso di morso. Per mantenere la spettacolarità l’abbiamo sostituita con un pandoro, un morbidissimo pandoro che di questi tempi campeggia sulle vostre tavole”.
Le tigri però sono diabetiche e necessitava scoprire prima se ne esisteva uno adatto alle nostre esigenze. La mamma allora la mattina precedente lo spettacolo ne aveva comprati nove, uno per marca, ed aveva pregato Guido di assaggiarli in qualità di esperto e consigliarle quale utilizzare.
Alla mattina ci eravamo ritrovati tutti per colazione e con buon appetito, tranne Guido che ogni quattro secondi emetteva squassanti rutti.
“Accidenti, cerchi di imitare il ruggito delle belve? Complimenti, ti riesce bene!”.
“Ma no, mamma, è che ho fatto quel test che mi avevi chiesto tu”.
“Allora, che ne pensi?”.
“Motta ottimo, Paluani così così, ma il solito Conad è sempre il migliore. Peccato però che dopo un po’ stomachi”.
“Scusa, eh, ma quanto ne hai mangiato?”.
“Ma sai, era proprio buono, una fetta tira l’altra, ed alla fine l’ho mangiato tutto!”.
Il Pandoro di Guido - Capitolo 5
Il Pandoro di Guido
Capitolo 5
In ogni famiglia, anche la più rispettabile, c’è una mela marcia. E la mia non è sfuggita a questa regola.
I miei genitori, persone per bene ed onesti lavoratori, hanno dedicato la vita a noi tre figli, profondendo ogni sforzo economico ed emotivo per trasmetterci i reali valori ed i principi cardine per condurre un’esistenza serena ed armoniosa. Di cultura cattolica la mamma, laico di sinistra il papà, ma accomunati dal rispetto verso le persone e le istituzioni.
Mio fratello Boss, di qualche anno più giovane di me, trascorreva le sue giornate da studente universitario diviso tra la preparazione di un esame e l’insegnamento della chitarra, la sua grande passione, che lo distoglieva da tutto il resto.
Io lavoravo già da anni come rappresentante di una prestigiosa marca di calzature, e nonostante il delicato intervento che avevo subito l’anno precedente (sono stato il primo trapiantato al mondo a ricevere il l’emisfero cerebrale sinistro da un maiale, compatibile al 98% con quello umano, al 100% con il mio) godevo ottima salute. Anche la situazione familiare era positiva e mia moglie poteva beneficiare di un portafoglio sempre gonfio e di un marito sempre arrapato (per colpa del trapianto?).
Il fratello maggiore invece, Guido, aveva purtroppo imboccato la via sbagliata. Coinvolto in un giro poco chiaro era finito in carcere a Rimini gia sette anni or sono, con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Sembra infatti che prove schiaccianti lo affiancavano ad una banda di origine albanese che si occupava di fare arrivare ignare ragazze in Italia per poi avviarle al marciapiede. I proventi venivano usati per smerciare cocaina.
I miei genitori non si potevano permettere un principe del foro, ma i giornali parlavano di una situazione talmente nitida che l’esito del processo era comunque scontato.
Da quel giorno non avevamo più voluto vedere nostro fratello, la nostra vergogna, e solo mia madre si recava periodicamente in carcere a fargli visita, portandogli saluti che noi non mandavamo.
Guido era ghiotto di pandoro e la mamma, per farlo almeno volare un po’ con la fantasia e consentirgli un Natale meno amaro, ogni anno gli portava verso il venti dicembre un bel Bauli farcito, con tanto di zucchero a velo, che i secondini lasciavano ormai passare senza nemmeno controllare. “Fattelo durare fino all’Epifania, sai che fino ad allora non potrò tornare. Mangiane una fetta al giorno e mentre lo fai pensa a casa”.
Poi si metteva immancabilmente a piangere e tornava a casa, dove la attendevamo con facce interrogative ma bocche troppo orgogliose per fare domande.
Quell’anno però stava per cambiare le cose. La Corte di Cassazione aveva appena emesso il verdetto definitivo, sancendo di fatto altri quindici anni di carcere per mio fratello senza attenuanti né riduzioni di pena.
Mia mamma, dopo essersi confessata anticipatamente più volte, aveva comprato il solito, gustoso pandoro, farcendolo però con una robusta lima adatta a segare anche le sbarre più testarde.
Solito giorno, solita ora, solito regalo, le guardie non le avevano fatto storie.
Il consueto bigliettino all’esterno, ma dentro una scritta nuova:”Attento a mangiarne una fetta per volta, perché dentro c’è una bella sorpresa! A presto, bimbo mio!”.
Quella sera Guido apriva come al solito la carta nell’indifferenza generale, ma i suoi occhi vispi già sognavano l’evasione notturna, l’aria aperta, la libertà.
“Eh no, cara mamma, questa volta non mi dovrò centellinare le fette. Per il sei gennaio sarò già in Sud America”, e mentre pensava ciò addentava la prima fetta.
…
Aveva aperto gli occhi il pomeriggio seguente, sdraiato in un letto dell’ospedale interno del carcere, circondato da tutti noi convocati d’urgenza dal direttore per le condizioni di Guido che nella notte si erano fatte improvvisamente critiche.
“Ma cos’è successo? Cosa ti ha impedito di scappare?”, aveva chiesto mia mamma distrutta dall’aver commesso un peccato mortale, per giunta inutile.
“Sai quel pandoro che mi hai portato…”.
“Certo, ma cosa c’entra? A proposito, era buono come al solito?”.
“Si, molto buono, ma devo dirti in verità che dopo un po’ stomaca”.
“E tutto questo cos’ha a che fare con l’ospedale?… Ma scusa, ma quanto te ne sei mangiato?”.
…
“Tutto!”.
Capitolo 5
In ogni famiglia, anche la più rispettabile, c’è una mela marcia. E la mia non è sfuggita a questa regola.
I miei genitori, persone per bene ed onesti lavoratori, hanno dedicato la vita a noi tre figli, profondendo ogni sforzo economico ed emotivo per trasmetterci i reali valori ed i principi cardine per condurre un’esistenza serena ed armoniosa. Di cultura cattolica la mamma, laico di sinistra il papà, ma accomunati dal rispetto verso le persone e le istituzioni.
Mio fratello Boss, di qualche anno più giovane di me, trascorreva le sue giornate da studente universitario diviso tra la preparazione di un esame e l’insegnamento della chitarra, la sua grande passione, che lo distoglieva da tutto il resto.
Io lavoravo già da anni come rappresentante di una prestigiosa marca di calzature, e nonostante il delicato intervento che avevo subito l’anno precedente (sono stato il primo trapiantato al mondo a ricevere il l’emisfero cerebrale sinistro da un maiale, compatibile al 98% con quello umano, al 100% con il mio) godevo ottima salute. Anche la situazione familiare era positiva e mia moglie poteva beneficiare di un portafoglio sempre gonfio e di un marito sempre arrapato (per colpa del trapianto?).
Il fratello maggiore invece, Guido, aveva purtroppo imboccato la via sbagliata. Coinvolto in un giro poco chiaro era finito in carcere a Rimini gia sette anni or sono, con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Sembra infatti che prove schiaccianti lo affiancavano ad una banda di origine albanese che si occupava di fare arrivare ignare ragazze in Italia per poi avviarle al marciapiede. I proventi venivano usati per smerciare cocaina.
I miei genitori non si potevano permettere un principe del foro, ma i giornali parlavano di una situazione talmente nitida che l’esito del processo era comunque scontato.
Da quel giorno non avevamo più voluto vedere nostro fratello, la nostra vergogna, e solo mia madre si recava periodicamente in carcere a fargli visita, portandogli saluti che noi non mandavamo.
Guido era ghiotto di pandoro e la mamma, per farlo almeno volare un po’ con la fantasia e consentirgli un Natale meno amaro, ogni anno gli portava verso il venti dicembre un bel Bauli farcito, con tanto di zucchero a velo, che i secondini lasciavano ormai passare senza nemmeno controllare. “Fattelo durare fino all’Epifania, sai che fino ad allora non potrò tornare. Mangiane una fetta al giorno e mentre lo fai pensa a casa”.
Poi si metteva immancabilmente a piangere e tornava a casa, dove la attendevamo con facce interrogative ma bocche troppo orgogliose per fare domande.
Quell’anno però stava per cambiare le cose. La Corte di Cassazione aveva appena emesso il verdetto definitivo, sancendo di fatto altri quindici anni di carcere per mio fratello senza attenuanti né riduzioni di pena.
Mia mamma, dopo essersi confessata anticipatamente più volte, aveva comprato il solito, gustoso pandoro, farcendolo però con una robusta lima adatta a segare anche le sbarre più testarde.
Solito giorno, solita ora, solito regalo, le guardie non le avevano fatto storie.
Il consueto bigliettino all’esterno, ma dentro una scritta nuova:”Attento a mangiarne una fetta per volta, perché dentro c’è una bella sorpresa! A presto, bimbo mio!”.
Quella sera Guido apriva come al solito la carta nell’indifferenza generale, ma i suoi occhi vispi già sognavano l’evasione notturna, l’aria aperta, la libertà.
“Eh no, cara mamma, questa volta non mi dovrò centellinare le fette. Per il sei gennaio sarò già in Sud America”, e mentre pensava ciò addentava la prima fetta.
…
Aveva aperto gli occhi il pomeriggio seguente, sdraiato in un letto dell’ospedale interno del carcere, circondato da tutti noi convocati d’urgenza dal direttore per le condizioni di Guido che nella notte si erano fatte improvvisamente critiche.
“Ma cos’è successo? Cosa ti ha impedito di scappare?”, aveva chiesto mia mamma distrutta dall’aver commesso un peccato mortale, per giunta inutile.
“Sai quel pandoro che mi hai portato…”.
“Certo, ma cosa c’entra? A proposito, era buono come al solito?”.
“Si, molto buono, ma devo dirti in verità che dopo un po’ stomaca”.
“E tutto questo cos’ha a che fare con l’ospedale?… Ma scusa, ma quanto te ne sei mangiato?”.
…
“Tutto!”.
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