Il Pandoro di Guido
Capitolo 6
Eravamo appena arrivati a Lucca, città da noi molto amata e nella quale tornavamo almeno una volta all’anno dal 1979. La nostra famiglia, di tradizione circense, aveva imparato a vivere in un super-caravan, una sorta di villa ambulante con ogni confort.
Mia mamma, nata con la passione ed il fisico da contorsionista ma ormai degna solo di interpretare una credibile donna cannone, teneva le redini del baraccone.
Erano ormai passati dieci anni dalla separazione professionale da “Il circo di Moira Orfei”, causata non già da divergenze organizzative ma da una tragedia. Le cose andavano da Dio ed eravamo ai tempi (e penso ancor oggi) l’unico circo itinerante in grado di mostrare lo spettacolo del domatore di belve feroci. Noi usavamo le tigri asiatiche albine, la cui pigmentazione rendeva già di per se lo spettacolo unico, senza tralasciare le incredibili capacità ed il sangue freddo di mio padre. Massimo il magnifico infatti era un nome notissimo nell’ambiente, e solo l’anno prima aveva avuto l’onore di esibirsi all’interno della Piazza del Cremino.
Il numero era ormai consolidato e la sua esperienza tale da fare spesso sottovalutare la pericolosità insita sempre e comunque. Le belve erano selezionate da lui stesso in mezzo ad un numero elevatissimo di animali, ed il fatto di ammaestrarle fin da cuccioli forniva un ulteriore elemento di serenità.
Ma sempre belve rimangono.
Quella sera avevamo il tendone pieno come in poche altre occasioni, il pubblico lucchese ci aspettava da mesi e non aveva tradito le aspettative. Prima i pagliacci, poi eravamo entrati Guido ed io per il numero dei trapezisti, infine il Boss per il terrorizzante show dell’uomo-scimmione.
Mancava quindi solo il numero di chiusura, il pezzo forte che tutti i circhi del mondo c’invidiavano. Mio padre era troppo carico e quella sera senza alcun preavviso si era deciso a tentare un numero nuovo ed ancor più incredibile: infilare la sua testa tra le fauci delle belve. Non solo lui non era preparato, ma soprattutto le tigri non erano state addestrate a farlo, ma il suo sangue freddo e la passione smisurata per il suo lavoro lo avevano trascinato.
Purtroppo era accaduto il peggio.
Da quel giorno ci eravamo persi di vista, incapaci di continuare in un mestiere che ci aveva tolto tanto.
Mia mamma si era data all’alcool (credo che per questa ragione fosse ingrassata tanto) cercando così di dimenticare. Invano.
Guido aveva seguito un amico in un progetto d’infanzia ed aveva aperto un ristorante in cui servivano solo clientela mancina: apparecchiatura invertita, posate su misura, brocche personalizzate. L’attività fruttava molto, anche perché i destri amanti del rischio sfidavano la sorte, e se smascherati venivano sonoramente randellati dallo chef in persona.
Il Boss invece era rimasto diciamo così nel ramo. Con lo pseudonimo di Bango l’orango era diventato campione italiano di wrestling, e da anni aveva tentato con successo la via del professionismo emigrando negli Stati Uniti, dove la lotta libera è religione.
Terribilmente scosso dal lutto familiare io mi ero invece iscritto alla facoltà di psicologia a Bologna, laureandomi brillantemente ed in breve tempo ed esercitando quasi subito. Nel mio studio, aperto a tutti e con prezzi popolari, privilegiavo l’educazione infantile. Famose le mie ricerche e pubblicazioni, culminate con il saggio titolato “A caval donato non si guarda in bocca,… figurati alla tigre!”, che avevano fatto il giro del mondo.
Un mese prima di quel fatidico giorno tutti noi,ognuno all’oscuro degli altri, avevamo ricevuto un bigliettino da Moira che ci convocava per il giorno e l’ora x a Lucca per un fantomatico rimborso di una misteriosa assicurazione sulla vita stipulata in gran segreto da mio babbo e stranamente liquidata dopo esattamente dieci anni dalla sua scomparsa.
…
“Sono contenta di ritrovarvi tutti insieme, spero di non avere fatto un torto a nessuno”.
Eravamo emozionantissimi e felici di ritrovarci,anche perché è solo per pudore che non avevamo trovato il coraggio per fare ciò che aveva fatto lei.
“Massimo è ancora nei nostri cuori, ed ancor più nella memoria del nostro affezionato pubblico. Regaliamo loro una serata speciale in ricordo del grande domatore!”.
Detto, fatto.
Certo non eravamo più in forma ed atletici come un tempo, ma la folla ci era comunque vicina e l’impegna che avevamo profuso era comunque altissimo.
Si poneva però il problema del numero di chiusura, ed avevamo escogitato un espediente efficace e divertente.
“Signore e signori, tra breve il momento che tutti quanti aspettavate: le belve del circo. Vi prego di considerare che le nostre amate tigri sono ormai vecchierelle, il tempo passa anche per loro, e non possiamo più infilarci dentro con la testa; sono ormai sdentate e rischierebbero di soffocare in caso di morso. Per mantenere la spettacolarità l’abbiamo sostituita con un pandoro, un morbidissimo pandoro che di questi tempi campeggia sulle vostre tavole”.
Le tigri però sono diabetiche e necessitava scoprire prima se ne esisteva uno adatto alle nostre esigenze. La mamma allora la mattina precedente lo spettacolo ne aveva comprati nove, uno per marca, ed aveva pregato Guido di assaggiarli in qualità di esperto e consigliarle quale utilizzare.
Alla mattina ci eravamo ritrovati tutti per colazione e con buon appetito, tranne Guido che ogni quattro secondi emetteva squassanti rutti.
“Accidenti, cerchi di imitare il ruggito delle belve? Complimenti, ti riesce bene!”.
“Ma no, mamma, è che ho fatto quel test che mi avevi chiesto tu”.
“Allora, che ne pensi?”.
“Motta ottimo, Paluani così così, ma il solito Conad è sempre il migliore. Peccato però che dopo un po’ stomachi”.
“Scusa, eh, ma quanto ne hai mangiato?”.
“Ma sai, era proprio buono, una fetta tira l’altra, ed alla fine l’ho mangiato tutto!”.
lunedì, aprile 23, 2007
Il Pandoro di Guido - Capitolo 5
Il Pandoro di Guido
Capitolo 5
In ogni famiglia, anche la più rispettabile, c’è una mela marcia. E la mia non è sfuggita a questa regola.
I miei genitori, persone per bene ed onesti lavoratori, hanno dedicato la vita a noi tre figli, profondendo ogni sforzo economico ed emotivo per trasmetterci i reali valori ed i principi cardine per condurre un’esistenza serena ed armoniosa. Di cultura cattolica la mamma, laico di sinistra il papà, ma accomunati dal rispetto verso le persone e le istituzioni.
Mio fratello Boss, di qualche anno più giovane di me, trascorreva le sue giornate da studente universitario diviso tra la preparazione di un esame e l’insegnamento della chitarra, la sua grande passione, che lo distoglieva da tutto il resto.
Io lavoravo già da anni come rappresentante di una prestigiosa marca di calzature, e nonostante il delicato intervento che avevo subito l’anno precedente (sono stato il primo trapiantato al mondo a ricevere il l’emisfero cerebrale sinistro da un maiale, compatibile al 98% con quello umano, al 100% con il mio) godevo ottima salute. Anche la situazione familiare era positiva e mia moglie poteva beneficiare di un portafoglio sempre gonfio e di un marito sempre arrapato (per colpa del trapianto?).
Il fratello maggiore invece, Guido, aveva purtroppo imboccato la via sbagliata. Coinvolto in un giro poco chiaro era finito in carcere a Rimini gia sette anni or sono, con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Sembra infatti che prove schiaccianti lo affiancavano ad una banda di origine albanese che si occupava di fare arrivare ignare ragazze in Italia per poi avviarle al marciapiede. I proventi venivano usati per smerciare cocaina.
I miei genitori non si potevano permettere un principe del foro, ma i giornali parlavano di una situazione talmente nitida che l’esito del processo era comunque scontato.
Da quel giorno non avevamo più voluto vedere nostro fratello, la nostra vergogna, e solo mia madre si recava periodicamente in carcere a fargli visita, portandogli saluti che noi non mandavamo.
Guido era ghiotto di pandoro e la mamma, per farlo almeno volare un po’ con la fantasia e consentirgli un Natale meno amaro, ogni anno gli portava verso il venti dicembre un bel Bauli farcito, con tanto di zucchero a velo, che i secondini lasciavano ormai passare senza nemmeno controllare. “Fattelo durare fino all’Epifania, sai che fino ad allora non potrò tornare. Mangiane una fetta al giorno e mentre lo fai pensa a casa”.
Poi si metteva immancabilmente a piangere e tornava a casa, dove la attendevamo con facce interrogative ma bocche troppo orgogliose per fare domande.
Quell’anno però stava per cambiare le cose. La Corte di Cassazione aveva appena emesso il verdetto definitivo, sancendo di fatto altri quindici anni di carcere per mio fratello senza attenuanti né riduzioni di pena.
Mia mamma, dopo essersi confessata anticipatamente più volte, aveva comprato il solito, gustoso pandoro, farcendolo però con una robusta lima adatta a segare anche le sbarre più testarde.
Solito giorno, solita ora, solito regalo, le guardie non le avevano fatto storie.
Il consueto bigliettino all’esterno, ma dentro una scritta nuova:”Attento a mangiarne una fetta per volta, perché dentro c’è una bella sorpresa! A presto, bimbo mio!”.
Quella sera Guido apriva come al solito la carta nell’indifferenza generale, ma i suoi occhi vispi già sognavano l’evasione notturna, l’aria aperta, la libertà.
“Eh no, cara mamma, questa volta non mi dovrò centellinare le fette. Per il sei gennaio sarò già in Sud America”, e mentre pensava ciò addentava la prima fetta.
…
Aveva aperto gli occhi il pomeriggio seguente, sdraiato in un letto dell’ospedale interno del carcere, circondato da tutti noi convocati d’urgenza dal direttore per le condizioni di Guido che nella notte si erano fatte improvvisamente critiche.
“Ma cos’è successo? Cosa ti ha impedito di scappare?”, aveva chiesto mia mamma distrutta dall’aver commesso un peccato mortale, per giunta inutile.
“Sai quel pandoro che mi hai portato…”.
“Certo, ma cosa c’entra? A proposito, era buono come al solito?”.
“Si, molto buono, ma devo dirti in verità che dopo un po’ stomaca”.
“E tutto questo cos’ha a che fare con l’ospedale?… Ma scusa, ma quanto te ne sei mangiato?”.
…
“Tutto!”.
Capitolo 5
In ogni famiglia, anche la più rispettabile, c’è una mela marcia. E la mia non è sfuggita a questa regola.
I miei genitori, persone per bene ed onesti lavoratori, hanno dedicato la vita a noi tre figli, profondendo ogni sforzo economico ed emotivo per trasmetterci i reali valori ed i principi cardine per condurre un’esistenza serena ed armoniosa. Di cultura cattolica la mamma, laico di sinistra il papà, ma accomunati dal rispetto verso le persone e le istituzioni.
Mio fratello Boss, di qualche anno più giovane di me, trascorreva le sue giornate da studente universitario diviso tra la preparazione di un esame e l’insegnamento della chitarra, la sua grande passione, che lo distoglieva da tutto il resto.
Io lavoravo già da anni come rappresentante di una prestigiosa marca di calzature, e nonostante il delicato intervento che avevo subito l’anno precedente (sono stato il primo trapiantato al mondo a ricevere il l’emisfero cerebrale sinistro da un maiale, compatibile al 98% con quello umano, al 100% con il mio) godevo ottima salute. Anche la situazione familiare era positiva e mia moglie poteva beneficiare di un portafoglio sempre gonfio e di un marito sempre arrapato (per colpa del trapianto?).
Il fratello maggiore invece, Guido, aveva purtroppo imboccato la via sbagliata. Coinvolto in un giro poco chiaro era finito in carcere a Rimini gia sette anni or sono, con l’accusa di sfruttamento della prostituzione e riciclaggio di denaro sporco. Sembra infatti che prove schiaccianti lo affiancavano ad una banda di origine albanese che si occupava di fare arrivare ignare ragazze in Italia per poi avviarle al marciapiede. I proventi venivano usati per smerciare cocaina.
I miei genitori non si potevano permettere un principe del foro, ma i giornali parlavano di una situazione talmente nitida che l’esito del processo era comunque scontato.
Da quel giorno non avevamo più voluto vedere nostro fratello, la nostra vergogna, e solo mia madre si recava periodicamente in carcere a fargli visita, portandogli saluti che noi non mandavamo.
Guido era ghiotto di pandoro e la mamma, per farlo almeno volare un po’ con la fantasia e consentirgli un Natale meno amaro, ogni anno gli portava verso il venti dicembre un bel Bauli farcito, con tanto di zucchero a velo, che i secondini lasciavano ormai passare senza nemmeno controllare. “Fattelo durare fino all’Epifania, sai che fino ad allora non potrò tornare. Mangiane una fetta al giorno e mentre lo fai pensa a casa”.
Poi si metteva immancabilmente a piangere e tornava a casa, dove la attendevamo con facce interrogative ma bocche troppo orgogliose per fare domande.
Quell’anno però stava per cambiare le cose. La Corte di Cassazione aveva appena emesso il verdetto definitivo, sancendo di fatto altri quindici anni di carcere per mio fratello senza attenuanti né riduzioni di pena.
Mia mamma, dopo essersi confessata anticipatamente più volte, aveva comprato il solito, gustoso pandoro, farcendolo però con una robusta lima adatta a segare anche le sbarre più testarde.
Solito giorno, solita ora, solito regalo, le guardie non le avevano fatto storie.
Il consueto bigliettino all’esterno, ma dentro una scritta nuova:”Attento a mangiarne una fetta per volta, perché dentro c’è una bella sorpresa! A presto, bimbo mio!”.
Quella sera Guido apriva come al solito la carta nell’indifferenza generale, ma i suoi occhi vispi già sognavano l’evasione notturna, l’aria aperta, la libertà.
“Eh no, cara mamma, questa volta non mi dovrò centellinare le fette. Per il sei gennaio sarò già in Sud America”, e mentre pensava ciò addentava la prima fetta.
…
Aveva aperto gli occhi il pomeriggio seguente, sdraiato in un letto dell’ospedale interno del carcere, circondato da tutti noi convocati d’urgenza dal direttore per le condizioni di Guido che nella notte si erano fatte improvvisamente critiche.
“Ma cos’è successo? Cosa ti ha impedito di scappare?”, aveva chiesto mia mamma distrutta dall’aver commesso un peccato mortale, per giunta inutile.
“Sai quel pandoro che mi hai portato…”.
“Certo, ma cosa c’entra? A proposito, era buono come al solito?”.
“Si, molto buono, ma devo dirti in verità che dopo un po’ stomaca”.
“E tutto questo cos’ha a che fare con l’ospedale?… Ma scusa, ma quanto te ne sei mangiato?”.
…
“Tutto!”.
Il Pandoro di Guido - Capitolo 4
Il Pandoro di Guido
Capitolo 4
Si avvicinava il periodo natalizio, il più amato da dei ghiottoni come noi, e come ogni anno in questo periodo ci trovavamo di fronte all’arduo dilemma delle scelte strategiche. Conoscete la pasticceria di Matilde Vicenzi, oggi probabilmente il marchio italiano più diffuso al mondo nel capo dei dolciumi? Bene, la signora Vicenzi, classe 1934, era compagna di scuola di mia mamma. Le due erano molto amiche, tra loro c’era una simpatia epidermica, e nulla importava ad entrambe del difetto fisico della piccola Matilde. Era nata con una gamba più corta di diversi centimetri a causa pare di una malformazione congenita, e né lo sviluppo né i numerosi luminari che negli anni l’avevano visitata erano riusciti a fare qualcosa.
Mia mamma però la trovava molto simpatica e trascorreva volentieri con lei il tempo, ed anche se non poteva quindi giocare a palla con le altre amichette era comunque soddisfatta della situazione.
Spesso la andava a trovare anche nel pomeriggio, trascorrendo interminabili ore con i mille giocattoli che la piccola, ricca e sfortunata aveva a disposizione.
I suoi genitori, ricchissimi imprenditori del nord, provavano sincera gratitudine per mia mamma, che ovviamente non si rendeva conto di fare nulla di speciale. Almeno due volte alla settimana pregavano mia nonna di lasciarla a cena da loro, e vi lascio immaginare quale fosse il menù.
Crescendo poi le loro strade si erano separate e mia madre aveva messo su famiglia, sposando un umile ed intelligente ragioniere delle colline romagnole e si era stabilita nel vecchio casolare di famiglia ristrutturato con tre figli da crescere.
Aveva già quarantadue anni quando un notaio del quale ignorava l’esistenza l’aveva convocata urgentemente a Milano per la lettura di un lascito testamentario. Per quanto si sforzasse non le venivano in mente parenti, vicini o lontani, che potessero avere pensato a lei, ma per puro senso del dovere aveva comunque onorato l’impegno.
“Lascio la mia azienda, la Matilde Vicenzi srl, alla signora Maria Angela Mulazzani, l’unica mia vera, grande amica”.
Una volta ripresasi dallo svenimento mia mamma aveva scoperto che l’amichetta di scuola, che non vedeva da più di trent’anni, aveva coltivato la passione per la pasticceria, complice il difetto fisico che le aveva impedito di gironzolare tutto il giorno come gli altri coetanei, e con il robusto aiuto dei ricchi genitori aveva nel tempo costruito un impero di dolcezza.
Ovviamente, mio babbo aveva immediatamente lasciato il posto da ragioniere che da quindici anni occupava e noi figli eravamo stati subito introdotti nell’attività, il maggiore con tanto di master in marketing alla Bocconi e noi a farci le ossa sul campo.
“L’anno scorso non è andata granchè bene…”, esordiva quella sera mia mamma, “…la colomba fuori stagione non è andata secondo le aspettative e ne abbiamo venduti solo otto milioni di esemplari. Se toppiamo anche quest’anno dovremo rivendere la Corsica ai francesi, mannaggia a loro!”.
Serviva un’idea vincente, non necessariamente innovativa, ma comunque accattivante.
“Perché non rivisitiamo un classico; lo fanno tanti cantanti e vedo che vendono dischi a palate!”.
Il piccolo Boss, diciassette anni ma la mente fina, aveva lanciato questo interessante dardo, e spremendoci le meningi eravamo arrivati a focalizzare l’attenzione su un mega-pandoro formato famiglia, un sacchettone da cinque chili di burro e buone intenzioni.
Superato il problema di adattare i macchinari alle nuove esigenze produttive, cosa che si era rivelata semplice in quanto sotto il governo Berlusconi avevamo ottenuto due milioni di euro di finanziamento a fondo perduto come sostegno di aziende in crisi (seicento dipendenti, contabilità creativa e quattro isole di proprietà sparse per il pianeta), serviva un tester, cioè un degustatore dal palato fine che facesse da apri-pista sui gusti degli italiani.
“Ci penso io!”, sbotta il dottor Guido fresco di stage alla Kraft spa.
“Prenditi il tempo che ti serve, non mangiare nulla nell’ora che precede la degustazione e domani mattina ci dici che ne pensi. Il futuro dell’azienda è nelle tue papille gustative”.
Alle prime luci dell’alba mia mamma, già in piedi per l’impazienza del verdetto, cominciava a girare per casa in cerca del figlio maggiore. Più si avvicinava alla cucina, più sentiva forte e terrorizzante un rumore che poco aveva di naturale; era un rantolo, un sofferto respiro, o qualcosa di simile.
Improvvisamente, dietro la tavola appoggiato al frigorifero spuntava la sagoma di Guido, visibilmente provato ed impossibilitato ad alzarsi.
La mamma, preoccupatissima, gli si era avvicinata con aria colpevole. “Cosa ti è successo, stai male?”.
“Non lo so. L’unica cosa di diverso dal solito è che questa notte ho testato il mega-pandoro”.
“Madonna santa! Se ti ha ridotto così devo aver combinato un disastro d’impasto! Scusami tanto, piccolo mio. Adesso vado subito a bloccarne la produzione prima di ammalare l’intera popolazione italiana”.
Con uno sforzo sovrumano il fratellone l’aveva bloccata, dicendo che secondo la sua esperienza (tanta) il pandoro non aveva nulla di sbagliato né di nocivo, a parte il fatto di stomacare un pochino.
“In che senso? Quanto stomaca? Quanto te ne sei mangiato?”.
…
“Come, l’hai mangiato tutto?!”.
Capitolo 4
Si avvicinava il periodo natalizio, il più amato da dei ghiottoni come noi, e come ogni anno in questo periodo ci trovavamo di fronte all’arduo dilemma delle scelte strategiche. Conoscete la pasticceria di Matilde Vicenzi, oggi probabilmente il marchio italiano più diffuso al mondo nel capo dei dolciumi? Bene, la signora Vicenzi, classe 1934, era compagna di scuola di mia mamma. Le due erano molto amiche, tra loro c’era una simpatia epidermica, e nulla importava ad entrambe del difetto fisico della piccola Matilde. Era nata con una gamba più corta di diversi centimetri a causa pare di una malformazione congenita, e né lo sviluppo né i numerosi luminari che negli anni l’avevano visitata erano riusciti a fare qualcosa.
Mia mamma però la trovava molto simpatica e trascorreva volentieri con lei il tempo, ed anche se non poteva quindi giocare a palla con le altre amichette era comunque soddisfatta della situazione.
Spesso la andava a trovare anche nel pomeriggio, trascorrendo interminabili ore con i mille giocattoli che la piccola, ricca e sfortunata aveva a disposizione.
I suoi genitori, ricchissimi imprenditori del nord, provavano sincera gratitudine per mia mamma, che ovviamente non si rendeva conto di fare nulla di speciale. Almeno due volte alla settimana pregavano mia nonna di lasciarla a cena da loro, e vi lascio immaginare quale fosse il menù.
Crescendo poi le loro strade si erano separate e mia madre aveva messo su famiglia, sposando un umile ed intelligente ragioniere delle colline romagnole e si era stabilita nel vecchio casolare di famiglia ristrutturato con tre figli da crescere.
Aveva già quarantadue anni quando un notaio del quale ignorava l’esistenza l’aveva convocata urgentemente a Milano per la lettura di un lascito testamentario. Per quanto si sforzasse non le venivano in mente parenti, vicini o lontani, che potessero avere pensato a lei, ma per puro senso del dovere aveva comunque onorato l’impegno.
“Lascio la mia azienda, la Matilde Vicenzi srl, alla signora Maria Angela Mulazzani, l’unica mia vera, grande amica”.
Una volta ripresasi dallo svenimento mia mamma aveva scoperto che l’amichetta di scuola, che non vedeva da più di trent’anni, aveva coltivato la passione per la pasticceria, complice il difetto fisico che le aveva impedito di gironzolare tutto il giorno come gli altri coetanei, e con il robusto aiuto dei ricchi genitori aveva nel tempo costruito un impero di dolcezza.
Ovviamente, mio babbo aveva immediatamente lasciato il posto da ragioniere che da quindici anni occupava e noi figli eravamo stati subito introdotti nell’attività, il maggiore con tanto di master in marketing alla Bocconi e noi a farci le ossa sul campo.
“L’anno scorso non è andata granchè bene…”, esordiva quella sera mia mamma, “…la colomba fuori stagione non è andata secondo le aspettative e ne abbiamo venduti solo otto milioni di esemplari. Se toppiamo anche quest’anno dovremo rivendere la Corsica ai francesi, mannaggia a loro!”.
Serviva un’idea vincente, non necessariamente innovativa, ma comunque accattivante.
“Perché non rivisitiamo un classico; lo fanno tanti cantanti e vedo che vendono dischi a palate!”.
Il piccolo Boss, diciassette anni ma la mente fina, aveva lanciato questo interessante dardo, e spremendoci le meningi eravamo arrivati a focalizzare l’attenzione su un mega-pandoro formato famiglia, un sacchettone da cinque chili di burro e buone intenzioni.
Superato il problema di adattare i macchinari alle nuove esigenze produttive, cosa che si era rivelata semplice in quanto sotto il governo Berlusconi avevamo ottenuto due milioni di euro di finanziamento a fondo perduto come sostegno di aziende in crisi (seicento dipendenti, contabilità creativa e quattro isole di proprietà sparse per il pianeta), serviva un tester, cioè un degustatore dal palato fine che facesse da apri-pista sui gusti degli italiani.
“Ci penso io!”, sbotta il dottor Guido fresco di stage alla Kraft spa.
“Prenditi il tempo che ti serve, non mangiare nulla nell’ora che precede la degustazione e domani mattina ci dici che ne pensi. Il futuro dell’azienda è nelle tue papille gustative”.
Alle prime luci dell’alba mia mamma, già in piedi per l’impazienza del verdetto, cominciava a girare per casa in cerca del figlio maggiore. Più si avvicinava alla cucina, più sentiva forte e terrorizzante un rumore che poco aveva di naturale; era un rantolo, un sofferto respiro, o qualcosa di simile.
Improvvisamente, dietro la tavola appoggiato al frigorifero spuntava la sagoma di Guido, visibilmente provato ed impossibilitato ad alzarsi.
La mamma, preoccupatissima, gli si era avvicinata con aria colpevole. “Cosa ti è successo, stai male?”.
“Non lo so. L’unica cosa di diverso dal solito è che questa notte ho testato il mega-pandoro”.
“Madonna santa! Se ti ha ridotto così devo aver combinato un disastro d’impasto! Scusami tanto, piccolo mio. Adesso vado subito a bloccarne la produzione prima di ammalare l’intera popolazione italiana”.
Con uno sforzo sovrumano il fratellone l’aveva bloccata, dicendo che secondo la sua esperienza (tanta) il pandoro non aveva nulla di sbagliato né di nocivo, a parte il fatto di stomacare un pochino.
“In che senso? Quanto stomaca? Quanto te ne sei mangiato?”.
…
“Come, l’hai mangiato tutto?!”.
Il Pandoro di Guido - Capitolo 3
Il Pandoro di Guido
Capitolo 3
“Dai, ragazzi, sbrigatevi che sta per arrivare!”.
Mia madre era sempre così agitata quando Guido tornava a trovarci.
La nostra famiglia è sempre stata unita ed i figli sono rimasti a vivere nelle immediate vicinanze dei genitori. D’altra parte i nostri mestieri ce lo consentivano. Io mi occupavo di internet, segnatamente della gestione di un portale per disperati che stanchi dell’Italia e dei suoi ritmi frenetici cercavano il modo di mollare tutto. Era da anni che la storia si espandeva e le continue e pressanti richieste del mercato mi avevano costretto ad allargare gli orizzonti, perdendo la specializzazione esterofila fino a diventare una sorta di “trova-tutto”. I contatti aumentavano ed in breve mi ero trovato a dover mettere a disposizione anche di altri stati il mio portale, con la conseguenza di dover necessariamente cambiare nome. Un nome breve, neutro e ficcante: Google!
Il Boss invece era diventato un pezzo grosso della sua banca, nel senso che era ingrassato talmente tanto che non passava quasi più dalle strette porte del metal detector. Alla Homer Simpson aveva cercato di fregare il sistema, inciccionendosi fino al punto di guadagnare l’opportunità (prevista dal contratto nazionale di categoria) di lavorare da casa, con grande sollievo di mia mamma che così aveva sempre il suo cucciolino a due passi.
I miei genitori erano ormai in pensione e, come tutti, gioivano dei successi dei figli. Le loro esigenze finanziarie non erano spropositate e, oltre ad un discreto gruzzoletto accantonato negli anni di lavoro, percepivano quattro pensioni. A parte le due di vecchiaia che spettano ad ogni cittadino mia madre aveva trovato il modo tramite un cugino alla lontana (nel senso che è napoletano) di risultare vedova di guerra, ricevendo dallo Stato la gratitudine sotto forma di reversibilità pari a 1.500 euro mensili, mentre mio babbo, oltre ai continui scongiuri, incassava regolarmente un assegno mensile come pensione di invalidità per ciechi (curioso, dato che ha sempre fatto il tranviere).
Quella sera eravamo tutti riuniti in attesa del ritorno del figliol prodigo, che una volta ogni tre, quattro mesi trascorreva un week end in famiglia. Erano invece passati quasi otto mesi dal nostro ultimo incontro, a causa dei suoi improvvisi e pressanti impegni professionali.
Guido infatti era il classico cervellone che fin da piccolo aveva mostrato attitudini superiori alla norma: a ventidue anni si era laureato a pieni voti in astrofisica, a ventiquattro in geologia, e solo per un vezzo non aveva conseguito la terza laurea in scienze naturali per la quale gli sarebbe bastato un solo esame aggiunto. Da ormai otto anni era a capo del CNR, il Centro Nazionale di Ricerca, e negli ultimi mesi aveva girato il mondo portando una sua nuova ricerca sulla prevenzione delle eruzioni vulcaniche. Concettualmente il ragionamento era molto difficile, ma lui aveva studiato un espediente che gli consentiva di mostrare in pratica ciò che accade quando un evento naturale così particolare accade, cosa che favoriva notevolmente l’interazione con i suoi ascoltatori. Lo studio, effettuato quasi esclusivamente alle pendici dell’Etna, sembrava poter aprire nuove frontiere fino ad allora inesplorate. L’espediente in questione era un pandoro farcito, simile nella forma e, secondo lui, anche nella reazione alle sollecitazioni. Davanti ad una platea curiosa e stupefatta infatti Guido usava appoggiare sul tavolo il pandoro, sezionarlo con un coltellaccio da cucina e mostrare l’inevitabile fuoriuscita della farcitura lavica, ma non già in maniera esplosiva ed imprevedibile ma seguendo l’apertura creata dal taglio. A ciò aggiungeva che le rocce che costituiscono i vulcani sono solitamente sedimentarie e molto porose, cosa che consentirebbe di siringare il cono ed iniettare sostanze ad elevato potere stabilizzante per evitare l’eruzione potenziale.
Per confermare l’atossicità delle sostanze usate era solito fare farcire da un amico pasticcere il pandoro con abbondante salsa di RT-2, color nocciola, e mangiarsi davanti alla platea la prima fetta con inevitabili “oh!” dei presenti. Invitava poi chiunque lo desiderasse a servirsi liberamente, e spesso il naturale imbarazzo ed una certa diffidenza venivano superati dalla golosità e dalla curiosità.
Tra le tante domande che quella sera a cena gli ponevamo molte erano inevitabilmente legate a queste originali conventions, e Guido con grande generosità di particolari ci descriveva quella di Stoccolma, quella di Tokyo, quella di Denver,…
Particolare risalto aveva dato però alla memorabile giornata di Bruxelles, quando alla sua solita prima degustazione il pubblico aveva reagito con imprevista freddezza, cosa che lo aveva costretto ad un secondo assaggio.
La mamma allora l’aveva interrotto, e con la consueta curiosità femminile gli aveva chiesto:”Ma che sapore ha quel pandoro farcito con quella robaccia?”.
“Sembra un pandoro alla crema di nocciola, né più né meno. Se non sapessi come è stato preparato non lo distingueresti da uno tradizionale”.
“Quindi è buono. E non hai notato altro, magari delle conseguenze a lungo andare?”.
“Tornando a quella giornata, l’unico problema è che, benché assolutamente gustoso, ho notato che dopo un po’ quel pandoro stomaca. Sai, la gente continuava a non assaggiarne, ed io dovevo a tutti i costi dimostrare loro che non c’era nulla da temere…”.
Se lo era mangiato tutto!
Capitolo 3
“Dai, ragazzi, sbrigatevi che sta per arrivare!”.
Mia madre era sempre così agitata quando Guido tornava a trovarci.
La nostra famiglia è sempre stata unita ed i figli sono rimasti a vivere nelle immediate vicinanze dei genitori. D’altra parte i nostri mestieri ce lo consentivano. Io mi occupavo di internet, segnatamente della gestione di un portale per disperati che stanchi dell’Italia e dei suoi ritmi frenetici cercavano il modo di mollare tutto. Era da anni che la storia si espandeva e le continue e pressanti richieste del mercato mi avevano costretto ad allargare gli orizzonti, perdendo la specializzazione esterofila fino a diventare una sorta di “trova-tutto”. I contatti aumentavano ed in breve mi ero trovato a dover mettere a disposizione anche di altri stati il mio portale, con la conseguenza di dover necessariamente cambiare nome. Un nome breve, neutro e ficcante: Google!
Il Boss invece era diventato un pezzo grosso della sua banca, nel senso che era ingrassato talmente tanto che non passava quasi più dalle strette porte del metal detector. Alla Homer Simpson aveva cercato di fregare il sistema, inciccionendosi fino al punto di guadagnare l’opportunità (prevista dal contratto nazionale di categoria) di lavorare da casa, con grande sollievo di mia mamma che così aveva sempre il suo cucciolino a due passi.
I miei genitori erano ormai in pensione e, come tutti, gioivano dei successi dei figli. Le loro esigenze finanziarie non erano spropositate e, oltre ad un discreto gruzzoletto accantonato negli anni di lavoro, percepivano quattro pensioni. A parte le due di vecchiaia che spettano ad ogni cittadino mia madre aveva trovato il modo tramite un cugino alla lontana (nel senso che è napoletano) di risultare vedova di guerra, ricevendo dallo Stato la gratitudine sotto forma di reversibilità pari a 1.500 euro mensili, mentre mio babbo, oltre ai continui scongiuri, incassava regolarmente un assegno mensile come pensione di invalidità per ciechi (curioso, dato che ha sempre fatto il tranviere).
Quella sera eravamo tutti riuniti in attesa del ritorno del figliol prodigo, che una volta ogni tre, quattro mesi trascorreva un week end in famiglia. Erano invece passati quasi otto mesi dal nostro ultimo incontro, a causa dei suoi improvvisi e pressanti impegni professionali.
Guido infatti era il classico cervellone che fin da piccolo aveva mostrato attitudini superiori alla norma: a ventidue anni si era laureato a pieni voti in astrofisica, a ventiquattro in geologia, e solo per un vezzo non aveva conseguito la terza laurea in scienze naturali per la quale gli sarebbe bastato un solo esame aggiunto. Da ormai otto anni era a capo del CNR, il Centro Nazionale di Ricerca, e negli ultimi mesi aveva girato il mondo portando una sua nuova ricerca sulla prevenzione delle eruzioni vulcaniche. Concettualmente il ragionamento era molto difficile, ma lui aveva studiato un espediente che gli consentiva di mostrare in pratica ciò che accade quando un evento naturale così particolare accade, cosa che favoriva notevolmente l’interazione con i suoi ascoltatori. Lo studio, effettuato quasi esclusivamente alle pendici dell’Etna, sembrava poter aprire nuove frontiere fino ad allora inesplorate. L’espediente in questione era un pandoro farcito, simile nella forma e, secondo lui, anche nella reazione alle sollecitazioni. Davanti ad una platea curiosa e stupefatta infatti Guido usava appoggiare sul tavolo il pandoro, sezionarlo con un coltellaccio da cucina e mostrare l’inevitabile fuoriuscita della farcitura lavica, ma non già in maniera esplosiva ed imprevedibile ma seguendo l’apertura creata dal taglio. A ciò aggiungeva che le rocce che costituiscono i vulcani sono solitamente sedimentarie e molto porose, cosa che consentirebbe di siringare il cono ed iniettare sostanze ad elevato potere stabilizzante per evitare l’eruzione potenziale.
Per confermare l’atossicità delle sostanze usate era solito fare farcire da un amico pasticcere il pandoro con abbondante salsa di RT-2, color nocciola, e mangiarsi davanti alla platea la prima fetta con inevitabili “oh!” dei presenti. Invitava poi chiunque lo desiderasse a servirsi liberamente, e spesso il naturale imbarazzo ed una certa diffidenza venivano superati dalla golosità e dalla curiosità.
Tra le tante domande che quella sera a cena gli ponevamo molte erano inevitabilmente legate a queste originali conventions, e Guido con grande generosità di particolari ci descriveva quella di Stoccolma, quella di Tokyo, quella di Denver,…
Particolare risalto aveva dato però alla memorabile giornata di Bruxelles, quando alla sua solita prima degustazione il pubblico aveva reagito con imprevista freddezza, cosa che lo aveva costretto ad un secondo assaggio.
La mamma allora l’aveva interrotto, e con la consueta curiosità femminile gli aveva chiesto:”Ma che sapore ha quel pandoro farcito con quella robaccia?”.
“Sembra un pandoro alla crema di nocciola, né più né meno. Se non sapessi come è stato preparato non lo distingueresti da uno tradizionale”.
“Quindi è buono. E non hai notato altro, magari delle conseguenze a lungo andare?”.
“Tornando a quella giornata, l’unico problema è che, benché assolutamente gustoso, ho notato che dopo un po’ quel pandoro stomaca. Sai, la gente continuava a non assaggiarne, ed io dovevo a tutti i costi dimostrare loro che non c’era nulla da temere…”.
Se lo era mangiato tutto!
Il Pandoro di Guido - Capitolo 2
Il Pandoro di Guido
Capitolo 2
In famiglia ognuno aveva sempre fatto la propria parte per garantire armonia e spirito collaborativi.
Eravamo in cinque, senza contare gli acquisiti (mogli, cugini,…) compatibilmente con le esigenze e gli obiettivi di tutti cercavamo di mantenere la stessa mentalità, che trovava anche riscontro negli aspetti più pratici: una serie di villette a schiera per il dopo-lavoro ferroviario e l’aziendina di famiglia gestita da noi.
Mia madre era la titolare ed unica intestataria di muri e licenza d’esercizio (e poi dicono che l’Italia è un paese maschilista!), mentre a noi spettavano solamente ruoli operativi con inquadramento da dipendenti. Lo stipendio però era più che dignitoso e l’impegno profuso davvero ragionevole, ribadendo poi la felicità di poter lavorare tutti insieme appassionatamente.
D’altra parte fino a pochi anni fa la gestione di una sala cinematografica era molto lucrativa, gli adempimenti burocratici e fiscali estremamente ridotti e le ore di servizio a livello di dipendenti comunali.
Ci avvicinavamo al Natale, periodo storicamente molto favorevole per l’attività che, complici il brutto tempo, le temperature rigide e l’arrivo della produzione tipica di questo periodo lasciavano presagire i consueti buoni profitti. Ai soliti titoli dei restanti undici mesi dell’anno si sostituivano pellicole quasi monotematiche:”Babbo Natale si tromba la Befana”, “A mia zia per Natale facciamo del male!”, “Aprimi ‘sto pacco!” sono solo alcuni dei campioni d’incasso del mese di dicembre, cui si vanno ad aggiungere i sempreverdi che non stancano mai.
Già, perché se non si era capito la mia famiglia gestiva un cinema porno.
La mamma stava alla cassa e distribuiva bibite e pop corn agli impazienti clienti che, avvolti nei loro bravi spolverini e coperti dall’immancabile cappello a tesa larga a garanzia dell’anonimato fremevano rumoreggiando.
Il papà, finito di strappare i biglietti all’ingresso in sala, sganciava le tende scure ed isolanti e si trasformava in un nano-secondo nella preziosa maschera, mai utile come in un cinema porno nel quale, si sa, le luci sono soffusissime anche a film ancora non iniziato.
Noi fratelli ci alternavamo tra la cabina di riproduzione del nastro e la necessaria attività di volantinaggio ed affissione di locandine in giro per il paese.
Quella settimana però ero rimasto solo, in quanto il Boss, il fratello minore, era negli Stati Uniti a nome della Villa’s, nota casa di produzione di pellicole a luci rosse di nostra proprietà, per promuovere la nostra ultima fatica- letteralmente- in occasione dell’annuale festival del cinema hard. Seguendo la filosofia del chi fa da sé fa per tre le nostre signore, giovani e portate, recitavano da protagoniste ormai da anni, andando molto orgogliose del successo di pubblico e critica ormai consolidato. “Fammela come un secchio!”, il film in questione, sembrava promettere bene e le prospettive anche nel mercato nord americano ancor meglio.
Guido invece era trattenuto a letto dal solito attacco di dissenteria, ormai abbondantemente diagnosticato dai maggiori luminari in materia come un chiaro caso di malattia psico-somatica. Ogni volta che uscivamo con un nuovo film si rosicava il fegato, non accettando il fatto che migliaia di persone avrebbero visto sua moglie esibirsi in contorsionismi sessuali degni di una circense.
Mia mamma (si sa, la mamma è sempre la mamma) non poteva fare a meno di preoccuparsi, e come la saggezza popolare insegna quando ci si sente un po’ giù non c’è nulla di meglio che coccolarsi un po’ ingozzandosi di dolci; la serotonina farà poi il suo dovere.
Alle due del pomeriggio, prima di recarsi al lavoro, passava quindi dalla stanza da letto di Guido per sincerarsi delle sue condizioni e di eventuali necessità urgenti. “Allora, ti ho portato una camomilla calda che è un ottimo antispastico, la febbre ho visto che non l’hai, il cellulare è sul tuo comodino così in caso di bisogno mi chiami. Cos’altro?… Già, è arrivato il solito pacco natalizio della signora Aurora, quella gentile vecchietta che abbiamo conosciuto tanti anni fa al mare. E’ in cucina e se ti viene fame aprilo pure. Vedrai che non si sarà dimenticata di regalarci il solito super-pandoro mega-farcito, la vostra passione!”. Detto ciò se ne andava più rassicurata e pronta per il duro lavoro.
Verso le undici tutti di ritorno (era un mercoledì ed era in programma solo una visione), in tempo per una buona tisana prima di andare a nanna.
In cucina la scena era desolante: il pacco spalancato e cartine di cioccolatini e torroncini sparse per il pavimento, montagne di stelle filanti srotolate ed una confezione di datteri mangiata per metà.
“Vai su a vedere come sta”, diceva il babbo alla mamma.
…
“Ehi, Ghigni, come ti senti?”. Sviluppandosi dalle coperte la creatura emergeva, accompagnata da un sonoro rutto digestivo, e la tranquillizzava confermandole di essere andato in bagno solo tre volte e di avere anche avuto appetito.
“Bene. Per caso hai aperto tu la confezione della signora Aurora?”.
“Si, in frigo non ho trovato niente e mi sono arrangiato così”.
“Hai fatto bene, anche se le cose dolci con la tua diarrea mal si conciliano. Comunque, hai tirato fuori il pandoro dal pacco che non l’ho trovato?”.
“Scusa mamma, ma avevo un buco nello stomaco e l’ho mangiato”.
Con una carezza gli faceva capire di essere vicino al suo dolore interiore. “Che ne pensi?”.
“Devo dire che, rispetto al passato, mi ha un po’ deluso. Buono è sempre buono, e si sente che non è solito pandoro comprato al supermercato, ma dopo un po’ stomaca”.
…
Se lo era mangiato tutto!
Capitolo 2
In famiglia ognuno aveva sempre fatto la propria parte per garantire armonia e spirito collaborativi.
Eravamo in cinque, senza contare gli acquisiti (mogli, cugini,…) compatibilmente con le esigenze e gli obiettivi di tutti cercavamo di mantenere la stessa mentalità, che trovava anche riscontro negli aspetti più pratici: una serie di villette a schiera per il dopo-lavoro ferroviario e l’aziendina di famiglia gestita da noi.
Mia madre era la titolare ed unica intestataria di muri e licenza d’esercizio (e poi dicono che l’Italia è un paese maschilista!), mentre a noi spettavano solamente ruoli operativi con inquadramento da dipendenti. Lo stipendio però era più che dignitoso e l’impegno profuso davvero ragionevole, ribadendo poi la felicità di poter lavorare tutti insieme appassionatamente.
D’altra parte fino a pochi anni fa la gestione di una sala cinematografica era molto lucrativa, gli adempimenti burocratici e fiscali estremamente ridotti e le ore di servizio a livello di dipendenti comunali.
Ci avvicinavamo al Natale, periodo storicamente molto favorevole per l’attività che, complici il brutto tempo, le temperature rigide e l’arrivo della produzione tipica di questo periodo lasciavano presagire i consueti buoni profitti. Ai soliti titoli dei restanti undici mesi dell’anno si sostituivano pellicole quasi monotematiche:”Babbo Natale si tromba la Befana”, “A mia zia per Natale facciamo del male!”, “Aprimi ‘sto pacco!” sono solo alcuni dei campioni d’incasso del mese di dicembre, cui si vanno ad aggiungere i sempreverdi che non stancano mai.
Già, perché se non si era capito la mia famiglia gestiva un cinema porno.
La mamma stava alla cassa e distribuiva bibite e pop corn agli impazienti clienti che, avvolti nei loro bravi spolverini e coperti dall’immancabile cappello a tesa larga a garanzia dell’anonimato fremevano rumoreggiando.
Il papà, finito di strappare i biglietti all’ingresso in sala, sganciava le tende scure ed isolanti e si trasformava in un nano-secondo nella preziosa maschera, mai utile come in un cinema porno nel quale, si sa, le luci sono soffusissime anche a film ancora non iniziato.
Noi fratelli ci alternavamo tra la cabina di riproduzione del nastro e la necessaria attività di volantinaggio ed affissione di locandine in giro per il paese.
Quella settimana però ero rimasto solo, in quanto il Boss, il fratello minore, era negli Stati Uniti a nome della Villa’s, nota casa di produzione di pellicole a luci rosse di nostra proprietà, per promuovere la nostra ultima fatica- letteralmente- in occasione dell’annuale festival del cinema hard. Seguendo la filosofia del chi fa da sé fa per tre le nostre signore, giovani e portate, recitavano da protagoniste ormai da anni, andando molto orgogliose del successo di pubblico e critica ormai consolidato. “Fammela come un secchio!”, il film in questione, sembrava promettere bene e le prospettive anche nel mercato nord americano ancor meglio.
Guido invece era trattenuto a letto dal solito attacco di dissenteria, ormai abbondantemente diagnosticato dai maggiori luminari in materia come un chiaro caso di malattia psico-somatica. Ogni volta che uscivamo con un nuovo film si rosicava il fegato, non accettando il fatto che migliaia di persone avrebbero visto sua moglie esibirsi in contorsionismi sessuali degni di una circense.
Mia mamma (si sa, la mamma è sempre la mamma) non poteva fare a meno di preoccuparsi, e come la saggezza popolare insegna quando ci si sente un po’ giù non c’è nulla di meglio che coccolarsi un po’ ingozzandosi di dolci; la serotonina farà poi il suo dovere.
Alle due del pomeriggio, prima di recarsi al lavoro, passava quindi dalla stanza da letto di Guido per sincerarsi delle sue condizioni e di eventuali necessità urgenti. “Allora, ti ho portato una camomilla calda che è un ottimo antispastico, la febbre ho visto che non l’hai, il cellulare è sul tuo comodino così in caso di bisogno mi chiami. Cos’altro?… Già, è arrivato il solito pacco natalizio della signora Aurora, quella gentile vecchietta che abbiamo conosciuto tanti anni fa al mare. E’ in cucina e se ti viene fame aprilo pure. Vedrai che non si sarà dimenticata di regalarci il solito super-pandoro mega-farcito, la vostra passione!”. Detto ciò se ne andava più rassicurata e pronta per il duro lavoro.
Verso le undici tutti di ritorno (era un mercoledì ed era in programma solo una visione), in tempo per una buona tisana prima di andare a nanna.
In cucina la scena era desolante: il pacco spalancato e cartine di cioccolatini e torroncini sparse per il pavimento, montagne di stelle filanti srotolate ed una confezione di datteri mangiata per metà.
“Vai su a vedere come sta”, diceva il babbo alla mamma.
…
“Ehi, Ghigni, come ti senti?”. Sviluppandosi dalle coperte la creatura emergeva, accompagnata da un sonoro rutto digestivo, e la tranquillizzava confermandole di essere andato in bagno solo tre volte e di avere anche avuto appetito.
“Bene. Per caso hai aperto tu la confezione della signora Aurora?”.
“Si, in frigo non ho trovato niente e mi sono arrangiato così”.
“Hai fatto bene, anche se le cose dolci con la tua diarrea mal si conciliano. Comunque, hai tirato fuori il pandoro dal pacco che non l’ho trovato?”.
“Scusa mamma, ma avevo un buco nello stomaco e l’ho mangiato”.
Con una carezza gli faceva capire di essere vicino al suo dolore interiore. “Che ne pensi?”.
“Devo dire che, rispetto al passato, mi ha un po’ deluso. Buono è sempre buono, e si sente che non è solito pandoro comprato al supermercato, ma dopo un po’ stomaca”.
…
Se lo era mangiato tutto!
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