Il Pandoro di Guido
Capitolo 4
Si avvicinava il periodo natalizio, il più amato da dei ghiottoni come noi, e come ogni anno in questo periodo ci trovavamo di fronte all’arduo dilemma delle scelte strategiche. Conoscete la pasticceria di Matilde Vicenzi, oggi probabilmente il marchio italiano più diffuso al mondo nel capo dei dolciumi? Bene, la signora Vicenzi, classe 1934, era compagna di scuola di mia mamma. Le due erano molto amiche, tra loro c’era una simpatia epidermica, e nulla importava ad entrambe del difetto fisico della piccola Matilde. Era nata con una gamba più corta di diversi centimetri a causa pare di una malformazione congenita, e né lo sviluppo né i numerosi luminari che negli anni l’avevano visitata erano riusciti a fare qualcosa.
Mia mamma però la trovava molto simpatica e trascorreva volentieri con lei il tempo, ed anche se non poteva quindi giocare a palla con le altre amichette era comunque soddisfatta della situazione.
Spesso la andava a trovare anche nel pomeriggio, trascorrendo interminabili ore con i mille giocattoli che la piccola, ricca e sfortunata aveva a disposizione.
I suoi genitori, ricchissimi imprenditori del nord, provavano sincera gratitudine per mia mamma, che ovviamente non si rendeva conto di fare nulla di speciale. Almeno due volte alla settimana pregavano mia nonna di lasciarla a cena da loro, e vi lascio immaginare quale fosse il menù.
Crescendo poi le loro strade si erano separate e mia madre aveva messo su famiglia, sposando un umile ed intelligente ragioniere delle colline romagnole e si era stabilita nel vecchio casolare di famiglia ristrutturato con tre figli da crescere.
Aveva già quarantadue anni quando un notaio del quale ignorava l’esistenza l’aveva convocata urgentemente a Milano per la lettura di un lascito testamentario. Per quanto si sforzasse non le venivano in mente parenti, vicini o lontani, che potessero avere pensato a lei, ma per puro senso del dovere aveva comunque onorato l’impegno.
“Lascio la mia azienda, la Matilde Vicenzi srl, alla signora Maria Angela Mulazzani, l’unica mia vera, grande amica”.
Una volta ripresasi dallo svenimento mia mamma aveva scoperto che l’amichetta di scuola, che non vedeva da più di trent’anni, aveva coltivato la passione per la pasticceria, complice il difetto fisico che le aveva impedito di gironzolare tutto il giorno come gli altri coetanei, e con il robusto aiuto dei ricchi genitori aveva nel tempo costruito un impero di dolcezza.
Ovviamente, mio babbo aveva immediatamente lasciato il posto da ragioniere che da quindici anni occupava e noi figli eravamo stati subito introdotti nell’attività, il maggiore con tanto di master in marketing alla Bocconi e noi a farci le ossa sul campo.
“L’anno scorso non è andata granchè bene…”, esordiva quella sera mia mamma, “…la colomba fuori stagione non è andata secondo le aspettative e ne abbiamo venduti solo otto milioni di esemplari. Se toppiamo anche quest’anno dovremo rivendere la Corsica ai francesi, mannaggia a loro!”.
Serviva un’idea vincente, non necessariamente innovativa, ma comunque accattivante.
“Perché non rivisitiamo un classico; lo fanno tanti cantanti e vedo che vendono dischi a palate!”.
Il piccolo Boss, diciassette anni ma la mente fina, aveva lanciato questo interessante dardo, e spremendoci le meningi eravamo arrivati a focalizzare l’attenzione su un mega-pandoro formato famiglia, un sacchettone da cinque chili di burro e buone intenzioni.
Superato il problema di adattare i macchinari alle nuove esigenze produttive, cosa che si era rivelata semplice in quanto sotto il governo Berlusconi avevamo ottenuto due milioni di euro di finanziamento a fondo perduto come sostegno di aziende in crisi (seicento dipendenti, contabilità creativa e quattro isole di proprietà sparse per il pianeta), serviva un tester, cioè un degustatore dal palato fine che facesse da apri-pista sui gusti degli italiani.
“Ci penso io!”, sbotta il dottor Guido fresco di stage alla Kraft spa.
“Prenditi il tempo che ti serve, non mangiare nulla nell’ora che precede la degustazione e domani mattina ci dici che ne pensi. Il futuro dell’azienda è nelle tue papille gustative”.
Alle prime luci dell’alba mia mamma, già in piedi per l’impazienza del verdetto, cominciava a girare per casa in cerca del figlio maggiore. Più si avvicinava alla cucina, più sentiva forte e terrorizzante un rumore che poco aveva di naturale; era un rantolo, un sofferto respiro, o qualcosa di simile.
Improvvisamente, dietro la tavola appoggiato al frigorifero spuntava la sagoma di Guido, visibilmente provato ed impossibilitato ad alzarsi.
La mamma, preoccupatissima, gli si era avvicinata con aria colpevole. “Cosa ti è successo, stai male?”.
“Non lo so. L’unica cosa di diverso dal solito è che questa notte ho testato il mega-pandoro”.
“Madonna santa! Se ti ha ridotto così devo aver combinato un disastro d’impasto! Scusami tanto, piccolo mio. Adesso vado subito a bloccarne la produzione prima di ammalare l’intera popolazione italiana”.
Con uno sforzo sovrumano il fratellone l’aveva bloccata, dicendo che secondo la sua esperienza (tanta) il pandoro non aveva nulla di sbagliato né di nocivo, a parte il fatto di stomacare un pochino.
“In che senso? Quanto stomaca? Quanto te ne sei mangiato?”.
…
“Come, l’hai mangiato tutto?!”.
lunedì, aprile 23, 2007
Il Pandoro di Guido - Capitolo 3
Il Pandoro di Guido
Capitolo 3
“Dai, ragazzi, sbrigatevi che sta per arrivare!”.
Mia madre era sempre così agitata quando Guido tornava a trovarci.
La nostra famiglia è sempre stata unita ed i figli sono rimasti a vivere nelle immediate vicinanze dei genitori. D’altra parte i nostri mestieri ce lo consentivano. Io mi occupavo di internet, segnatamente della gestione di un portale per disperati che stanchi dell’Italia e dei suoi ritmi frenetici cercavano il modo di mollare tutto. Era da anni che la storia si espandeva e le continue e pressanti richieste del mercato mi avevano costretto ad allargare gli orizzonti, perdendo la specializzazione esterofila fino a diventare una sorta di “trova-tutto”. I contatti aumentavano ed in breve mi ero trovato a dover mettere a disposizione anche di altri stati il mio portale, con la conseguenza di dover necessariamente cambiare nome. Un nome breve, neutro e ficcante: Google!
Il Boss invece era diventato un pezzo grosso della sua banca, nel senso che era ingrassato talmente tanto che non passava quasi più dalle strette porte del metal detector. Alla Homer Simpson aveva cercato di fregare il sistema, inciccionendosi fino al punto di guadagnare l’opportunità (prevista dal contratto nazionale di categoria) di lavorare da casa, con grande sollievo di mia mamma che così aveva sempre il suo cucciolino a due passi.
I miei genitori erano ormai in pensione e, come tutti, gioivano dei successi dei figli. Le loro esigenze finanziarie non erano spropositate e, oltre ad un discreto gruzzoletto accantonato negli anni di lavoro, percepivano quattro pensioni. A parte le due di vecchiaia che spettano ad ogni cittadino mia madre aveva trovato il modo tramite un cugino alla lontana (nel senso che è napoletano) di risultare vedova di guerra, ricevendo dallo Stato la gratitudine sotto forma di reversibilità pari a 1.500 euro mensili, mentre mio babbo, oltre ai continui scongiuri, incassava regolarmente un assegno mensile come pensione di invalidità per ciechi (curioso, dato che ha sempre fatto il tranviere).
Quella sera eravamo tutti riuniti in attesa del ritorno del figliol prodigo, che una volta ogni tre, quattro mesi trascorreva un week end in famiglia. Erano invece passati quasi otto mesi dal nostro ultimo incontro, a causa dei suoi improvvisi e pressanti impegni professionali.
Guido infatti era il classico cervellone che fin da piccolo aveva mostrato attitudini superiori alla norma: a ventidue anni si era laureato a pieni voti in astrofisica, a ventiquattro in geologia, e solo per un vezzo non aveva conseguito la terza laurea in scienze naturali per la quale gli sarebbe bastato un solo esame aggiunto. Da ormai otto anni era a capo del CNR, il Centro Nazionale di Ricerca, e negli ultimi mesi aveva girato il mondo portando una sua nuova ricerca sulla prevenzione delle eruzioni vulcaniche. Concettualmente il ragionamento era molto difficile, ma lui aveva studiato un espediente che gli consentiva di mostrare in pratica ciò che accade quando un evento naturale così particolare accade, cosa che favoriva notevolmente l’interazione con i suoi ascoltatori. Lo studio, effettuato quasi esclusivamente alle pendici dell’Etna, sembrava poter aprire nuove frontiere fino ad allora inesplorate. L’espediente in questione era un pandoro farcito, simile nella forma e, secondo lui, anche nella reazione alle sollecitazioni. Davanti ad una platea curiosa e stupefatta infatti Guido usava appoggiare sul tavolo il pandoro, sezionarlo con un coltellaccio da cucina e mostrare l’inevitabile fuoriuscita della farcitura lavica, ma non già in maniera esplosiva ed imprevedibile ma seguendo l’apertura creata dal taglio. A ciò aggiungeva che le rocce che costituiscono i vulcani sono solitamente sedimentarie e molto porose, cosa che consentirebbe di siringare il cono ed iniettare sostanze ad elevato potere stabilizzante per evitare l’eruzione potenziale.
Per confermare l’atossicità delle sostanze usate era solito fare farcire da un amico pasticcere il pandoro con abbondante salsa di RT-2, color nocciola, e mangiarsi davanti alla platea la prima fetta con inevitabili “oh!” dei presenti. Invitava poi chiunque lo desiderasse a servirsi liberamente, e spesso il naturale imbarazzo ed una certa diffidenza venivano superati dalla golosità e dalla curiosità.
Tra le tante domande che quella sera a cena gli ponevamo molte erano inevitabilmente legate a queste originali conventions, e Guido con grande generosità di particolari ci descriveva quella di Stoccolma, quella di Tokyo, quella di Denver,…
Particolare risalto aveva dato però alla memorabile giornata di Bruxelles, quando alla sua solita prima degustazione il pubblico aveva reagito con imprevista freddezza, cosa che lo aveva costretto ad un secondo assaggio.
La mamma allora l’aveva interrotto, e con la consueta curiosità femminile gli aveva chiesto:”Ma che sapore ha quel pandoro farcito con quella robaccia?”.
“Sembra un pandoro alla crema di nocciola, né più né meno. Se non sapessi come è stato preparato non lo distingueresti da uno tradizionale”.
“Quindi è buono. E non hai notato altro, magari delle conseguenze a lungo andare?”.
“Tornando a quella giornata, l’unico problema è che, benché assolutamente gustoso, ho notato che dopo un po’ quel pandoro stomaca. Sai, la gente continuava a non assaggiarne, ed io dovevo a tutti i costi dimostrare loro che non c’era nulla da temere…”.
Se lo era mangiato tutto!
Capitolo 3
“Dai, ragazzi, sbrigatevi che sta per arrivare!”.
Mia madre era sempre così agitata quando Guido tornava a trovarci.
La nostra famiglia è sempre stata unita ed i figli sono rimasti a vivere nelle immediate vicinanze dei genitori. D’altra parte i nostri mestieri ce lo consentivano. Io mi occupavo di internet, segnatamente della gestione di un portale per disperati che stanchi dell’Italia e dei suoi ritmi frenetici cercavano il modo di mollare tutto. Era da anni che la storia si espandeva e le continue e pressanti richieste del mercato mi avevano costretto ad allargare gli orizzonti, perdendo la specializzazione esterofila fino a diventare una sorta di “trova-tutto”. I contatti aumentavano ed in breve mi ero trovato a dover mettere a disposizione anche di altri stati il mio portale, con la conseguenza di dover necessariamente cambiare nome. Un nome breve, neutro e ficcante: Google!
Il Boss invece era diventato un pezzo grosso della sua banca, nel senso che era ingrassato talmente tanto che non passava quasi più dalle strette porte del metal detector. Alla Homer Simpson aveva cercato di fregare il sistema, inciccionendosi fino al punto di guadagnare l’opportunità (prevista dal contratto nazionale di categoria) di lavorare da casa, con grande sollievo di mia mamma che così aveva sempre il suo cucciolino a due passi.
I miei genitori erano ormai in pensione e, come tutti, gioivano dei successi dei figli. Le loro esigenze finanziarie non erano spropositate e, oltre ad un discreto gruzzoletto accantonato negli anni di lavoro, percepivano quattro pensioni. A parte le due di vecchiaia che spettano ad ogni cittadino mia madre aveva trovato il modo tramite un cugino alla lontana (nel senso che è napoletano) di risultare vedova di guerra, ricevendo dallo Stato la gratitudine sotto forma di reversibilità pari a 1.500 euro mensili, mentre mio babbo, oltre ai continui scongiuri, incassava regolarmente un assegno mensile come pensione di invalidità per ciechi (curioso, dato che ha sempre fatto il tranviere).
Quella sera eravamo tutti riuniti in attesa del ritorno del figliol prodigo, che una volta ogni tre, quattro mesi trascorreva un week end in famiglia. Erano invece passati quasi otto mesi dal nostro ultimo incontro, a causa dei suoi improvvisi e pressanti impegni professionali.
Guido infatti era il classico cervellone che fin da piccolo aveva mostrato attitudini superiori alla norma: a ventidue anni si era laureato a pieni voti in astrofisica, a ventiquattro in geologia, e solo per un vezzo non aveva conseguito la terza laurea in scienze naturali per la quale gli sarebbe bastato un solo esame aggiunto. Da ormai otto anni era a capo del CNR, il Centro Nazionale di Ricerca, e negli ultimi mesi aveva girato il mondo portando una sua nuova ricerca sulla prevenzione delle eruzioni vulcaniche. Concettualmente il ragionamento era molto difficile, ma lui aveva studiato un espediente che gli consentiva di mostrare in pratica ciò che accade quando un evento naturale così particolare accade, cosa che favoriva notevolmente l’interazione con i suoi ascoltatori. Lo studio, effettuato quasi esclusivamente alle pendici dell’Etna, sembrava poter aprire nuove frontiere fino ad allora inesplorate. L’espediente in questione era un pandoro farcito, simile nella forma e, secondo lui, anche nella reazione alle sollecitazioni. Davanti ad una platea curiosa e stupefatta infatti Guido usava appoggiare sul tavolo il pandoro, sezionarlo con un coltellaccio da cucina e mostrare l’inevitabile fuoriuscita della farcitura lavica, ma non già in maniera esplosiva ed imprevedibile ma seguendo l’apertura creata dal taglio. A ciò aggiungeva che le rocce che costituiscono i vulcani sono solitamente sedimentarie e molto porose, cosa che consentirebbe di siringare il cono ed iniettare sostanze ad elevato potere stabilizzante per evitare l’eruzione potenziale.
Per confermare l’atossicità delle sostanze usate era solito fare farcire da un amico pasticcere il pandoro con abbondante salsa di RT-2, color nocciola, e mangiarsi davanti alla platea la prima fetta con inevitabili “oh!” dei presenti. Invitava poi chiunque lo desiderasse a servirsi liberamente, e spesso il naturale imbarazzo ed una certa diffidenza venivano superati dalla golosità e dalla curiosità.
Tra le tante domande che quella sera a cena gli ponevamo molte erano inevitabilmente legate a queste originali conventions, e Guido con grande generosità di particolari ci descriveva quella di Stoccolma, quella di Tokyo, quella di Denver,…
Particolare risalto aveva dato però alla memorabile giornata di Bruxelles, quando alla sua solita prima degustazione il pubblico aveva reagito con imprevista freddezza, cosa che lo aveva costretto ad un secondo assaggio.
La mamma allora l’aveva interrotto, e con la consueta curiosità femminile gli aveva chiesto:”Ma che sapore ha quel pandoro farcito con quella robaccia?”.
“Sembra un pandoro alla crema di nocciola, né più né meno. Se non sapessi come è stato preparato non lo distingueresti da uno tradizionale”.
“Quindi è buono. E non hai notato altro, magari delle conseguenze a lungo andare?”.
“Tornando a quella giornata, l’unico problema è che, benché assolutamente gustoso, ho notato che dopo un po’ quel pandoro stomaca. Sai, la gente continuava a non assaggiarne, ed io dovevo a tutti i costi dimostrare loro che non c’era nulla da temere…”.
Se lo era mangiato tutto!
Il Pandoro di Guido - Capitolo 2
Il Pandoro di Guido
Capitolo 2
In famiglia ognuno aveva sempre fatto la propria parte per garantire armonia e spirito collaborativi.
Eravamo in cinque, senza contare gli acquisiti (mogli, cugini,…) compatibilmente con le esigenze e gli obiettivi di tutti cercavamo di mantenere la stessa mentalità, che trovava anche riscontro negli aspetti più pratici: una serie di villette a schiera per il dopo-lavoro ferroviario e l’aziendina di famiglia gestita da noi.
Mia madre era la titolare ed unica intestataria di muri e licenza d’esercizio (e poi dicono che l’Italia è un paese maschilista!), mentre a noi spettavano solamente ruoli operativi con inquadramento da dipendenti. Lo stipendio però era più che dignitoso e l’impegno profuso davvero ragionevole, ribadendo poi la felicità di poter lavorare tutti insieme appassionatamente.
D’altra parte fino a pochi anni fa la gestione di una sala cinematografica era molto lucrativa, gli adempimenti burocratici e fiscali estremamente ridotti e le ore di servizio a livello di dipendenti comunali.
Ci avvicinavamo al Natale, periodo storicamente molto favorevole per l’attività che, complici il brutto tempo, le temperature rigide e l’arrivo della produzione tipica di questo periodo lasciavano presagire i consueti buoni profitti. Ai soliti titoli dei restanti undici mesi dell’anno si sostituivano pellicole quasi monotematiche:”Babbo Natale si tromba la Befana”, “A mia zia per Natale facciamo del male!”, “Aprimi ‘sto pacco!” sono solo alcuni dei campioni d’incasso del mese di dicembre, cui si vanno ad aggiungere i sempreverdi che non stancano mai.
Già, perché se non si era capito la mia famiglia gestiva un cinema porno.
La mamma stava alla cassa e distribuiva bibite e pop corn agli impazienti clienti che, avvolti nei loro bravi spolverini e coperti dall’immancabile cappello a tesa larga a garanzia dell’anonimato fremevano rumoreggiando.
Il papà, finito di strappare i biglietti all’ingresso in sala, sganciava le tende scure ed isolanti e si trasformava in un nano-secondo nella preziosa maschera, mai utile come in un cinema porno nel quale, si sa, le luci sono soffusissime anche a film ancora non iniziato.
Noi fratelli ci alternavamo tra la cabina di riproduzione del nastro e la necessaria attività di volantinaggio ed affissione di locandine in giro per il paese.
Quella settimana però ero rimasto solo, in quanto il Boss, il fratello minore, era negli Stati Uniti a nome della Villa’s, nota casa di produzione di pellicole a luci rosse di nostra proprietà, per promuovere la nostra ultima fatica- letteralmente- in occasione dell’annuale festival del cinema hard. Seguendo la filosofia del chi fa da sé fa per tre le nostre signore, giovani e portate, recitavano da protagoniste ormai da anni, andando molto orgogliose del successo di pubblico e critica ormai consolidato. “Fammela come un secchio!”, il film in questione, sembrava promettere bene e le prospettive anche nel mercato nord americano ancor meglio.
Guido invece era trattenuto a letto dal solito attacco di dissenteria, ormai abbondantemente diagnosticato dai maggiori luminari in materia come un chiaro caso di malattia psico-somatica. Ogni volta che uscivamo con un nuovo film si rosicava il fegato, non accettando il fatto che migliaia di persone avrebbero visto sua moglie esibirsi in contorsionismi sessuali degni di una circense.
Mia mamma (si sa, la mamma è sempre la mamma) non poteva fare a meno di preoccuparsi, e come la saggezza popolare insegna quando ci si sente un po’ giù non c’è nulla di meglio che coccolarsi un po’ ingozzandosi di dolci; la serotonina farà poi il suo dovere.
Alle due del pomeriggio, prima di recarsi al lavoro, passava quindi dalla stanza da letto di Guido per sincerarsi delle sue condizioni e di eventuali necessità urgenti. “Allora, ti ho portato una camomilla calda che è un ottimo antispastico, la febbre ho visto che non l’hai, il cellulare è sul tuo comodino così in caso di bisogno mi chiami. Cos’altro?… Già, è arrivato il solito pacco natalizio della signora Aurora, quella gentile vecchietta che abbiamo conosciuto tanti anni fa al mare. E’ in cucina e se ti viene fame aprilo pure. Vedrai che non si sarà dimenticata di regalarci il solito super-pandoro mega-farcito, la vostra passione!”. Detto ciò se ne andava più rassicurata e pronta per il duro lavoro.
Verso le undici tutti di ritorno (era un mercoledì ed era in programma solo una visione), in tempo per una buona tisana prima di andare a nanna.
In cucina la scena era desolante: il pacco spalancato e cartine di cioccolatini e torroncini sparse per il pavimento, montagne di stelle filanti srotolate ed una confezione di datteri mangiata per metà.
“Vai su a vedere come sta”, diceva il babbo alla mamma.
…
“Ehi, Ghigni, come ti senti?”. Sviluppandosi dalle coperte la creatura emergeva, accompagnata da un sonoro rutto digestivo, e la tranquillizzava confermandole di essere andato in bagno solo tre volte e di avere anche avuto appetito.
“Bene. Per caso hai aperto tu la confezione della signora Aurora?”.
“Si, in frigo non ho trovato niente e mi sono arrangiato così”.
“Hai fatto bene, anche se le cose dolci con la tua diarrea mal si conciliano. Comunque, hai tirato fuori il pandoro dal pacco che non l’ho trovato?”.
“Scusa mamma, ma avevo un buco nello stomaco e l’ho mangiato”.
Con una carezza gli faceva capire di essere vicino al suo dolore interiore. “Che ne pensi?”.
“Devo dire che, rispetto al passato, mi ha un po’ deluso. Buono è sempre buono, e si sente che non è solito pandoro comprato al supermercato, ma dopo un po’ stomaca”.
…
Se lo era mangiato tutto!
Capitolo 2
In famiglia ognuno aveva sempre fatto la propria parte per garantire armonia e spirito collaborativi.
Eravamo in cinque, senza contare gli acquisiti (mogli, cugini,…) compatibilmente con le esigenze e gli obiettivi di tutti cercavamo di mantenere la stessa mentalità, che trovava anche riscontro negli aspetti più pratici: una serie di villette a schiera per il dopo-lavoro ferroviario e l’aziendina di famiglia gestita da noi.
Mia madre era la titolare ed unica intestataria di muri e licenza d’esercizio (e poi dicono che l’Italia è un paese maschilista!), mentre a noi spettavano solamente ruoli operativi con inquadramento da dipendenti. Lo stipendio però era più che dignitoso e l’impegno profuso davvero ragionevole, ribadendo poi la felicità di poter lavorare tutti insieme appassionatamente.
D’altra parte fino a pochi anni fa la gestione di una sala cinematografica era molto lucrativa, gli adempimenti burocratici e fiscali estremamente ridotti e le ore di servizio a livello di dipendenti comunali.
Ci avvicinavamo al Natale, periodo storicamente molto favorevole per l’attività che, complici il brutto tempo, le temperature rigide e l’arrivo della produzione tipica di questo periodo lasciavano presagire i consueti buoni profitti. Ai soliti titoli dei restanti undici mesi dell’anno si sostituivano pellicole quasi monotematiche:”Babbo Natale si tromba la Befana”, “A mia zia per Natale facciamo del male!”, “Aprimi ‘sto pacco!” sono solo alcuni dei campioni d’incasso del mese di dicembre, cui si vanno ad aggiungere i sempreverdi che non stancano mai.
Già, perché se non si era capito la mia famiglia gestiva un cinema porno.
La mamma stava alla cassa e distribuiva bibite e pop corn agli impazienti clienti che, avvolti nei loro bravi spolverini e coperti dall’immancabile cappello a tesa larga a garanzia dell’anonimato fremevano rumoreggiando.
Il papà, finito di strappare i biglietti all’ingresso in sala, sganciava le tende scure ed isolanti e si trasformava in un nano-secondo nella preziosa maschera, mai utile come in un cinema porno nel quale, si sa, le luci sono soffusissime anche a film ancora non iniziato.
Noi fratelli ci alternavamo tra la cabina di riproduzione del nastro e la necessaria attività di volantinaggio ed affissione di locandine in giro per il paese.
Quella settimana però ero rimasto solo, in quanto il Boss, il fratello minore, era negli Stati Uniti a nome della Villa’s, nota casa di produzione di pellicole a luci rosse di nostra proprietà, per promuovere la nostra ultima fatica- letteralmente- in occasione dell’annuale festival del cinema hard. Seguendo la filosofia del chi fa da sé fa per tre le nostre signore, giovani e portate, recitavano da protagoniste ormai da anni, andando molto orgogliose del successo di pubblico e critica ormai consolidato. “Fammela come un secchio!”, il film in questione, sembrava promettere bene e le prospettive anche nel mercato nord americano ancor meglio.
Guido invece era trattenuto a letto dal solito attacco di dissenteria, ormai abbondantemente diagnosticato dai maggiori luminari in materia come un chiaro caso di malattia psico-somatica. Ogni volta che uscivamo con un nuovo film si rosicava il fegato, non accettando il fatto che migliaia di persone avrebbero visto sua moglie esibirsi in contorsionismi sessuali degni di una circense.
Mia mamma (si sa, la mamma è sempre la mamma) non poteva fare a meno di preoccuparsi, e come la saggezza popolare insegna quando ci si sente un po’ giù non c’è nulla di meglio che coccolarsi un po’ ingozzandosi di dolci; la serotonina farà poi il suo dovere.
Alle due del pomeriggio, prima di recarsi al lavoro, passava quindi dalla stanza da letto di Guido per sincerarsi delle sue condizioni e di eventuali necessità urgenti. “Allora, ti ho portato una camomilla calda che è un ottimo antispastico, la febbre ho visto che non l’hai, il cellulare è sul tuo comodino così in caso di bisogno mi chiami. Cos’altro?… Già, è arrivato il solito pacco natalizio della signora Aurora, quella gentile vecchietta che abbiamo conosciuto tanti anni fa al mare. E’ in cucina e se ti viene fame aprilo pure. Vedrai che non si sarà dimenticata di regalarci il solito super-pandoro mega-farcito, la vostra passione!”. Detto ciò se ne andava più rassicurata e pronta per il duro lavoro.
Verso le undici tutti di ritorno (era un mercoledì ed era in programma solo una visione), in tempo per una buona tisana prima di andare a nanna.
In cucina la scena era desolante: il pacco spalancato e cartine di cioccolatini e torroncini sparse per il pavimento, montagne di stelle filanti srotolate ed una confezione di datteri mangiata per metà.
“Vai su a vedere come sta”, diceva il babbo alla mamma.
…
“Ehi, Ghigni, come ti senti?”. Sviluppandosi dalle coperte la creatura emergeva, accompagnata da un sonoro rutto digestivo, e la tranquillizzava confermandole di essere andato in bagno solo tre volte e di avere anche avuto appetito.
“Bene. Per caso hai aperto tu la confezione della signora Aurora?”.
“Si, in frigo non ho trovato niente e mi sono arrangiato così”.
“Hai fatto bene, anche se le cose dolci con la tua diarrea mal si conciliano. Comunque, hai tirato fuori il pandoro dal pacco che non l’ho trovato?”.
“Scusa mamma, ma avevo un buco nello stomaco e l’ho mangiato”.
Con una carezza gli faceva capire di essere vicino al suo dolore interiore. “Che ne pensi?”.
“Devo dire che, rispetto al passato, mi ha un po’ deluso. Buono è sempre buono, e si sente che non è solito pandoro comprato al supermercato, ma dopo un po’ stomaca”.
…
Se lo era mangiato tutto!
Il Pandoro di Guido - Capitolo 1
Il Pandoro di Guido
Capitolo 1
Correva l’anno 1995 , era dicembre inoltrato ed il solito strato di gelo era calato anche in Romagna, la terra del sole. Guido, fresco come una rosa dopo le dieci ore quotidiane trascorse nella cucina del ristorante presso il quale lavorava da tanto tempo si accingeva a tornare a casa, un piccolo ma confortevole appartamento a Bellaria che condivideva con la sua allora compagna Sabrina.
Non prima, immancabilmente, della consueta capatina in palestra giusto per sollevare qualche tonnellata metallica che non fa mai male.
Già perché il nostro eroe aveva vivi trascorsi da atleta semi-professionista di body building, arrivando fino al secondo posto nel campionato nazionale esordienti nella categoria dei pesi massimi (e dove sennò).
Se qualcuno di voi ha lavorato in cucina ed ha conosciuto qualche culturista convinto riconoscerà facilmente queste peculiarità. Uno chef non ha mai appetito, quantomeno sul posto di lavoro, un po’ a causa della tensione che i ritmi del servizio impongono, un po’ per la comprensibile nausea che maneggiare continuamente gli alimenti genera. Tutto ciò fa stridente contrasto con l’altra sua personalità, quella del pesista, che per esigenze astruse di cali di zuccheri e fantomatici ragionamenti sulla curva glicemica è portato a trangugiare con voracità ogni genere di schifezza, salvo poi nei giorni precedenti alla gara seguire un’astinenza pressoché totale.
Guido e Sabrina più che amanti erano coinquilini, e non perché non c’era affetto tra loro ma semplicemente a causa dell’incompatibilità dei rispettivi orari lavorativi. Lui via dalla mattina presto per il doppio turno al ristorante, dal quale faceva rientro non prima delle ventitre. Lei a quell’ora aveva ancora i bioritmi un po’ addormentati, e terminata la cena-colazione si apprestava a prendere servizio in uno dei gloriosi pub della riviera, non rientrando a casa prima delle sei del mattino.
Facendo un rapido calcolo quindi le occasioni d’incontro erano davvero poche, limitate per giunta a pochi minuti ciascuna, ma forse proprio questo era il segreto della loro stabile relazione.
Quella sera Guido, rincasato con la solita puntualità, era riuscito addirittura a mangiucchiare qualcosa con Sabrina ed a scambiare quattro chiacchiere; nulla di profondo, le solite domande sulla giornata appena trascorsa e sui progetti delle future ferie.
“Amore, io devo scappare al lavoro, ma ti ho lasciato nella credenza un pandoro che ho comprato oggi al supermercato. E’ uno di quelli grandissimi, burrosi, che fanno ingrassare solo a guardarli. Assaggialo e dimmi che ne pensi, che tra poco dovrò fare la scorta per Natale”.
Qualche minuto per sistemare i panni sporchi che la cucina inevitabilmente lascia, una rapida doccia fatta sempre malvolentieri (non è un amante dell’acqua) e le solite orette riposanti in compagnia della fidata televisione.
Guido aveva un indicatore di rilassamento infallibile: quando aveva totalmente eliminato le scorie fisiche e mentali della giornata lavorativa gli veniva fame, ma non il solito appetito che ogni sei ore prova qualsiasi essere umano, ma un atavico buco nello stomaco che necessitava riempire. E cominciava la razzia, al termine della quale, sazio e felice, prendeva congedo dal mondo per qualche ore di sonno ristoratore.
L’indomani mattina il rituale si compiva nella solita maniera, e mentre Sabrina faceva una meritata doccia per eliminare i fumi e gli odori del locale Guido preparava un corposo caffè, robusto ed aromatico, e la attendeva pazientemente seduto al tavolo della cucina.
“Allora, dimmi un po’, l’hai sentito il pandoro?”, domandava lei in trepidante attesa.
“Certo, come da tuoi ordini”, rispondeva lui in tono simil-militaresco, un retaggio dei tempi andati da paracadutista nella Folgore.
“E che ne pensi?”.
Qualche attimo di silenzio e concentrazione…
“Buono è buono, solo che dopo un po’ stomaca”.
Quando uno chef sentenzia sul cibo è legge per tutti, e così i due si lasciavano con un bacio augurandosi le rispettive felicità giornaliere.
Prima di andare a dormire però Sabrina doveva fare ancora qualcosa; sentiva un moto di rimorso e voleva verificare personalmente la reale qualità di quel pandoro. Accompagnata dal sesto senso che contraddistingue tutte le donne si avvicinava quindi alla credenza, speranzosa che le sensazioni negative non trovassero riscontro nella realtà.
…
“Sfido io che dopo un po’ ti ha stomacato…”, pensava tra sé e sé, “…te lo sei mangiato tutto!”.
Capitolo 1
Correva l’anno 1995 , era dicembre inoltrato ed il solito strato di gelo era calato anche in Romagna, la terra del sole. Guido, fresco come una rosa dopo le dieci ore quotidiane trascorse nella cucina del ristorante presso il quale lavorava da tanto tempo si accingeva a tornare a casa, un piccolo ma confortevole appartamento a Bellaria che condivideva con la sua allora compagna Sabrina.
Non prima, immancabilmente, della consueta capatina in palestra giusto per sollevare qualche tonnellata metallica che non fa mai male.
Già perché il nostro eroe aveva vivi trascorsi da atleta semi-professionista di body building, arrivando fino al secondo posto nel campionato nazionale esordienti nella categoria dei pesi massimi (e dove sennò).
Se qualcuno di voi ha lavorato in cucina ed ha conosciuto qualche culturista convinto riconoscerà facilmente queste peculiarità. Uno chef non ha mai appetito, quantomeno sul posto di lavoro, un po’ a causa della tensione che i ritmi del servizio impongono, un po’ per la comprensibile nausea che maneggiare continuamente gli alimenti genera. Tutto ciò fa stridente contrasto con l’altra sua personalità, quella del pesista, che per esigenze astruse di cali di zuccheri e fantomatici ragionamenti sulla curva glicemica è portato a trangugiare con voracità ogni genere di schifezza, salvo poi nei giorni precedenti alla gara seguire un’astinenza pressoché totale.
Guido e Sabrina più che amanti erano coinquilini, e non perché non c’era affetto tra loro ma semplicemente a causa dell’incompatibilità dei rispettivi orari lavorativi. Lui via dalla mattina presto per il doppio turno al ristorante, dal quale faceva rientro non prima delle ventitre. Lei a quell’ora aveva ancora i bioritmi un po’ addormentati, e terminata la cena-colazione si apprestava a prendere servizio in uno dei gloriosi pub della riviera, non rientrando a casa prima delle sei del mattino.
Facendo un rapido calcolo quindi le occasioni d’incontro erano davvero poche, limitate per giunta a pochi minuti ciascuna, ma forse proprio questo era il segreto della loro stabile relazione.
Quella sera Guido, rincasato con la solita puntualità, era riuscito addirittura a mangiucchiare qualcosa con Sabrina ed a scambiare quattro chiacchiere; nulla di profondo, le solite domande sulla giornata appena trascorsa e sui progetti delle future ferie.
“Amore, io devo scappare al lavoro, ma ti ho lasciato nella credenza un pandoro che ho comprato oggi al supermercato. E’ uno di quelli grandissimi, burrosi, che fanno ingrassare solo a guardarli. Assaggialo e dimmi che ne pensi, che tra poco dovrò fare la scorta per Natale”.
Qualche minuto per sistemare i panni sporchi che la cucina inevitabilmente lascia, una rapida doccia fatta sempre malvolentieri (non è un amante dell’acqua) e le solite orette riposanti in compagnia della fidata televisione.
Guido aveva un indicatore di rilassamento infallibile: quando aveva totalmente eliminato le scorie fisiche e mentali della giornata lavorativa gli veniva fame, ma non il solito appetito che ogni sei ore prova qualsiasi essere umano, ma un atavico buco nello stomaco che necessitava riempire. E cominciava la razzia, al termine della quale, sazio e felice, prendeva congedo dal mondo per qualche ore di sonno ristoratore.
L’indomani mattina il rituale si compiva nella solita maniera, e mentre Sabrina faceva una meritata doccia per eliminare i fumi e gli odori del locale Guido preparava un corposo caffè, robusto ed aromatico, e la attendeva pazientemente seduto al tavolo della cucina.
“Allora, dimmi un po’, l’hai sentito il pandoro?”, domandava lei in trepidante attesa.
“Certo, come da tuoi ordini”, rispondeva lui in tono simil-militaresco, un retaggio dei tempi andati da paracadutista nella Folgore.
“E che ne pensi?”.
Qualche attimo di silenzio e concentrazione…
“Buono è buono, solo che dopo un po’ stomaca”.
Quando uno chef sentenzia sul cibo è legge per tutti, e così i due si lasciavano con un bacio augurandosi le rispettive felicità giornaliere.
Prima di andare a dormire però Sabrina doveva fare ancora qualcosa; sentiva un moto di rimorso e voleva verificare personalmente la reale qualità di quel pandoro. Accompagnata dal sesto senso che contraddistingue tutte le donne si avvicinava quindi alla credenza, speranzosa che le sensazioni negative non trovassero riscontro nella realtà.
…
“Sfido io che dopo un po’ ti ha stomacato…”, pensava tra sé e sé, “…te lo sei mangiato tutto!”.
venerdì, aprile 13, 2007
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